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PIADINERIA CONDANNATA: NON ERANO INDICATI I PRODOTTI SURGELATI

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Il menù, sistemato sui tavoli di un ristorante o consegnato ai clienti, equivale ad una proposta contrattuale nei confronti degli avventori e manifesta l’intenzione del ristoratore di offrire i prodotti indicati nella lista. Da ciò consegue che la mera disponibilità di alimenti surgelati nel ristorante, non indicati nel menù, configura il tentativo di frode in commercio.

Così la Suprema Corte con sentenza n. 4735/18, depositata l’1 febbraio.

Il caso. La Corte d’Appello di Bologna confermava la sentenza di prime cure, condannando l’imputato per il reato tentato di cui all’art. 515 c.p. (Frode nell’esercizio del commercio). L’imputato veniva accusato, in qualità di legale rappresentante di una società proprietaria dell’esercizio commerciale di una piadineria, di vendita di prodotti surgelati in luogo di quelli freschi indicati nei menù.

Avverso la decisione di merito ricorre in Cassazione il condannato lamentando che la Corte d’Appello avrebbe erroneamente ritenuto sussistente l’ipotesi di reato di tentativo di frode in commercio dalla «mera esposizione di immagini ritraenti pietanze delle quali non si potrebbe dedurre, in assenza di un’apposita lista, se i prodotti fossero freschi o surgelati». Ciò in quanto l’immagine pubblicitaria avrebbe l’unico scopo di incentivare il consumo, ma non costituirebbe un’offerta al pubblico.

Il reato di frode nell’esercizio del commercio. La Cassazione, esprimendosi sulla vicenda, ha ribadito che il tentativo di frode previsto dall’art. 515 c.p. si configura quando «l’alienante compie atti idonei diretti in modo non equivoco a consegnare all’acquirente una cosa per un’altra ovvero una cosa, per origine, qualità o quantità diversa da quella pattuita o dichiarata». Inoltre, osserva la Suprema Corte, costituisce tentativo di delitto di frode in commercio anche il non indicare nella lista delle pietanze che determinati prodotti sono congelati, «giacché il ristoratore ha l’obbligo di dichiarare la qualità della merce offerta ai consumatori».
Inoltre gli Ermellini hanno evidenziato che se il prodotto è offerto al pubblico, la condotta dell’esercente l’attività commerciale è idonea ad integrare il tentativo «perché dimostra l’intenzione di vendere proprio quel prodotto».
Una vera e propria proposta contrattuale.
 Il Supremo Collegio ha affermato, poi, che il menù, sistemato sui tavoli di un ristorante o consegnato ai clienti, equivale ad una proposta contrattuale nei confronti degli avventori e manifesta l’intenzione del ristoratore di offrire i prodotti indicati nella lista. Da ciò consegue che la mera disponibilità di alimenti surgelati nel ristorante, non indicati nel menù, configura il tentativo di frode in commercio «indipendentemente dall’inizio di una concreta contrattazione con il singolo avventore». Nella fattispecie la Cassazione ha ritenuto correttamente valutata dai Giudici di merito la responsabilità in capo al ricorrente per il reato di frode nell’esercizio del commercio.

Modalità di rappresentazione dell’offerta. Infine la Corte ha precisato che in relazione alle modalità di rappresentazione dell’offerta dei prodotti è corretto ritenere che anche l’esposizione di immagini del prodotto offerto, in luogo della sua descrizione nel menù, sia idonea a configurare la condotta di reato, state proprio la natura delle immagini, volta ad incentivare la consumazione del prodotto.

In conclusione la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.