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SALDI DI GENNAIO, VENDITE IN PICCHIATA. I CONSUMATORI COMPRANO TUTE, PIGIAMI E INTIMO

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I saldi di gennaio segnano “vendite in picchiata” di oltre il 40%, denuncia Federmoda. Fra chiusure, limitazioni agli spostamenti, smart working e reddito in calo, vanno su solo le vendite di tute, pigiami, intimo a pantofole

Sabrina Bergamini

Ricordate i saldi di gennaio? Forse quelli prima della pandemia. I saldi di questo gennaio segnano infatti “vendite in picchiata” di oltre il 40% rispetto allo scorso anno.

Ci sono una marea di motivi per cui i saldi di gennaio non sono decollati. Le restrizioni negli spostamenti. Le chiusure dei negozi. La chiusura dei centri commerciali.

 

Hanno un impatto anche i cambiamenti sociali ed economici causati dalla pandemia. Ed è facilmente intuibile: se si lavora in casa, servono meno giacche e abiti eleganti. Se tutte le attività sociali sono chiuse, non serve più di tanto acquistare nuovi abiti e nuove scarpe. Se ci sono meno soldi, si comprano meno vestiti. Non ci sono cerimonie. Dunque non si vendono abiti eleganti da cerimonia.

L’abbigliamento che si vende è molto specifico e legato alla casa: tute, pigiami, intimo e pantofole.

Federmoda: niente effetto saldi a gennaio

Il quadro viene da un’indagine Federmoda. Niente effetto saldi a gennaio, dice la sigla, tanto è vero che quasi nove negozi su dieci, l’88,9%, indicano un calo di vendite rispetto allo stesso periodo del 2020.

Secondo Federazione Moda Italia «a gennaio il dato delle vendite scende in picchiata rispetto a gennaio 2020 con le vendite di abbigliamento, calzature e accessori a -41,1% in media».

Sono pochi i negozi che dichiarano vendite stabili (il 7,7%). E ancora meno, il 3,4%, i negozi che dichiarano un aumento di vendite. Questi ultimi comprendono settori quali abiti su misura e i negozi di intimo, maglieria e pantofole, dice Federmoda.

I saldi di gennaio non hanno portato dunque alcun miglioramento nelle vendite del settore moda. Qualche segnale positivo c’è stato solo sabato scorso, nelle città dove c’è stato bel tempo, in zona gialla. Il 45% delle imprese dichiara un calo tra il 50 e il 90% delle vendite nel primo mese di gennaio 2021 rispetto allo stesso periodo del 2020. Otto imprese su dieci dicono di aver proposto sconti tra il 30 e il 50%.

La moda non vende perché…

Federmoda fa l’elenco delle ragioni che hanno penalizzato i negozi di abbigliamento, calzature e moda. La chiusura di inizio gennaio, da Capodanno al 6 gennaio con la sola eccezione del 4 gennaio e l’apertura di poche attività quali negozi di intimo, abbigliamento bimbo e calzature bimbo. La chiusura degli esercizi commerciali presenti all’interno dei centri commerciali anche nei giorni prefestivi e festivi. Hanno pesato naturalmente le zone rosse e le restrizioni agli spostamenti.

Non sono solo queste, però, le ragioni del flop di vendite. Ci sono anche motivi più generali che riguardano la quotidianità della vita lavorativa e sociale in pandemia. Detto in modo semplice: se non si esce, se si lavora da casa, aumentano solo le vendite di tute e abbigliamento comfort.

Federmoda cita infatti, fra le ragioni che giocano a sfavore delle vendite in saldo, il ricorso allo smart working, il minor reddito disponibile per famiglie e consumatori, l’assenza del turismo dello shopping, e ancora il venir meno delle occasioni d’incontro legate al lavoro e alla socialità – con pranzi, cene, feste, cerimonie, cinema, musei e quant’altro.

«A gennaio, in pieno periodo di saldi, sono aumentate le vendite di tute, pigiami, intimo e pantofole mentre, in sofferenza risultano cravatte, abiti da uomo e valige».

Fra i prodotti più venduti ci sono stati maglieria, giubbotti, cappotti e piumini, scarpe, tute e intimo. Soffrono articoli quali abiti da uomo, giacche e valigie. Del resto, chi compra una valigia se non si può partire?