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PENSIONATI: 12,1% HANNO REDDITO SOTTO 500 EURO

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Secondo il report dell’Istat sulle condizioni di vita dei pensionati, il 12,1% percepisce un reddito pensionistico, ossia considerando anche il cumulo di più trattamenti, fino a 499 euro al mese, il 23,1% da 500 a 999 euro, il 20,7% tra 1000 a 1499 euro, il 18% tra 1500 e 1999, l’11,4% tra 2000 e 2499 euro, il 6,4% tra 2500 e 2999, l’8,3% da 3000 euro in su.

Ad avviso dell’Unc, il fatto che il 35,2% dei pensionati percepisce un reddito mensile inferiore a 1000 euro, mentre l’8,3% prende oltre 3000 euro, dimostra che la disuguaglianza è un problema irrisolto di questo Paese.

Nel 2019, sono poco meno di 23 milioni i trattamenti pensionistici erogati a 16 milioni di beneficiari, per una spesa pensionistica complessiva che raggiunge i 301 miliardi di euro (+2,5% rispetto all’anno precedente). Il rapporto tra spesa pensionistica e Pil è pari al 16,8% (16,6% nel 2018).

 

Gran parte della spesa (273 miliardi, 90,6% del totale, 15% del Pil) è destinata alle pensioni IVS (invalidità, vecchiaia e superstiti). Tra queste, più di due terzi (67,4%) sono pensioni di vecchiaia e anzianità che assorbono il 79,2% della spesa previdenziale.

Il sistema di trasferimenti pensionistici impegna ulteriori 24 miliardi (8% della spesa complessiva) a favore di 4,4 milioni di beneficiari per prestazioni di tipo assistenziale (pensioni agli invalidi civili, non udenti civili, non vedenti civili, indennità di accompagnamento, di frequenza e di comunicazione, pensioni e assegni sociali e pensioni di guerra). Sono erogati 4,1 miliardi a copertura di quasi 700 mila rendite dirette e indirette per infortuni sul lavoro e malattie professionali.

Il rapporto tra numero di pensionati e occupati è di 686 beneficiari ogni 1.000 lavoratori (era 757 nel 2000, primo anno della serie storica). Se si considerano solo i titolari di prestazioni IVS, il rapporto tra pensionati che hanno versato i contributi e i lavoratori che li versano scende a 602 ogni 1.000 lavoratori. Il rapporto è diminuito di quasi 6 punti percentuali nei sei anni successivi alla riforma del sistema pensionistico del 2012, mentre nei precedenti dodici anni si era ridotto di soli 2 punti (erano 606 nel 2018).

Il 50,8% della spesa complessiva è erogata a residenti al Nord, segue il Mezzogiorno (28%) e il Centro (21,2%). Nel Mezzogiorno sono più diffuse le prestazioni assistenziali, il 46,1% dell’importo complessivo, contro il 32,8% del Nord e il 21,1% del Centro.

In rapporto alla popolazione residente, in media si calcolano 260 pensionati ogni 1.000 abitanti.

Nel 2019, le donne ricevono il 43,9% (44,1% nel 2018) della spesa complessiva e sono in maggioranza sia tra i titolari di pensioni (55,2%, 55,5% nel 2018) sia tra i beneficiari (51,9%, 52,2% nell’anno precedente). In media, l’importo di una pensione di una donna è più basso rispetto a quello riservato agli uomini per lo stesso tipo di pensione. In particolare, per le pensioni di vecchiaia le donne percepiscono in media 7.783 euro annui in meno degli uomini (-36,1%) per effetto del divario retributivo. Al contrario, per le pensioni di reversibilità alle donne spetta 1,6 volte l’importo degli uomini, per effetto del divario di genere rispetto alla speranza di vita (assorbono infatti il 91% della spesa per pensioni di reversibilità). Il gap tra uomini e donne si riduce a 6.049 euro se si guarda al reddito annuo complessivo (-27,6%), dato dalla somma tra singole prestazioni pensionistiche.

Le donne riescono a colmare parzialmente il gap rispetto agli uomini perché più spesso titolari di più prestazioni contemporaneamente: sono il 58,5% tra chi percepisce due pensioni e il 69,2% tra i beneficiari che ne cumulano tre o più.

Le donne sono spesso beneficiarie di pensioni di reversibilità (86,2% dei casi).

Alle donne va il 42,6% della spesa per pensioni IVS e il 60% di quella assistenziale. Rispetto alla distribuzione del reddito, il 66,3% delle donne non supera i 1.500 euro mensili (il 43,2% si colloca nella fascia inferiore a 1.000 euro). Il divario di genere è massimo nella classe di reddito più alta (3.000 euro e più) dove ci sono 262 pensionati ogni 100 pensionate.

Una pensionata su quattro (24,4%) appartiene al quinto più povero, ma solo il 13,3% si colloca in quello più ricco; per gli uomini, invece, tali quote si attestano, rispettivamente, al 15,2% e al 27,2%. Il quinto di donne con redditi pensionistici più bassi percepisce annualmente fino a 7.200 euro, tra gli uomini tale soglia è quasi 2.400 euro più alta.

Nel 2019, sono 5,2 milioni (32,7% del totale) i beneficiari che cumulano due o più prestazioni. La spesa destinata ai multi-titolari è di 123 miliardi (40,9% del totale dei trasferimenti, il 6,9% del PIL). Tra i beneficiari di pensioni di tipo diverso, la quota maggiore è rappresentata da quanti associano alla pensione di vecchiaia una ai superstiti (40,6%).

L’analisi distributiva degli importi pensionistici evidenzia marcate disuguaglianze. Al quinto più povero è destinato il 5,2% del totale della spesa pensionistica, al 20% più ricco otto volte di più (42,3%).

Considerando la categoria di prestazione, tra i beneficiari di pensioni di invalidità, vecchiaia o superstiti (IVS), con alle spalle un pregresso contributivo, il 15,2% si colloca nel quinto più povero, percentuale che sale al 69,2% tra quanti godono soltanto di benefici assistenziali. Sempre tra questi ultimi, il quinto di popolazione con redditi pensionistici più bassi percepisce meno di 3.800 euro lordi annui.

Nel Mezzogiorno, un pensionato su cinque (24,4%) appartiene al quinto più povero della distribuzione dei redditi pensionistici e solo il 16,2% si colloca nel quinto più ricco. Sempre nel Mezzogiorno, il quinto di popolazione con redditi pensionistici più bassi percepisce meno di 7 mila euro lordi annui; nel Nord non supera i 9.300 euro. Il quinto di pensionati con redditi pensionistici più elevati percepisce al Centro e al Nord oltre 27 mila euro lordi annui, al Sud e nelle Isole oltre 24 mila euro.

Nel 2019, i pensionati da lavoro che percepiscono anche un reddito da lavoro sono 420 mila, in aumento rispetto al 2018 (+3,6%) e in decisa diminuzione rispetto al 2011 (-18,5%). Nel tempo l’età media dei pensionati che lavorano è cresciuta, per effetto dell’aumento dell’età pensionabile: oltre il 77% ha almeno 65 anni (53,7% nel 2011) e il 41,7% ne ha almeno 70.

Nel 2018, si stima che quasi in una famiglia su due sia presente almeno un pensionato (oltre 12 milioni di nuclei).

Più di un terzo dei pensionati vive in coppia senza figli (35,6%), il 28,2% vive da solo, il 18,4% in coppia con figli.

Le pensioni di anzianità e vecchiaia, unitamente alle liquidazioni di fine rapporto per quiescenza, contribuiscono alla formazione del totale dei redditi familiari per il 43,8%, i trattamenti di reversibilità per il 9,3% e le restanti pensioni per il 10,1%.

Per quasi 7,5 milioni di famiglie (il 62% delle famiglie con pensionati) i trasferimenti pensionistici rappresentano più dei tre quarti del reddito familiare disponibile; nel 24,9% dei casi le stesse prestazioni sono l’unica fonte di reddito (oltre 3 milioni di famiglie), mentre per il 26% delle famiglie il loro peso non supera la metà delle entrate familiari.

Nel 2018, il reddito medio netto (esclusi i fitti figurativi) delle famiglie con pensionati è stimato in 32.000 euro (2.670 euro mensili) ed è superiore a quello delle famiglie senza pensionati (2.610 euro mensili). La metà delle famiglie con pensionati ha un reddito netto inferiore ai 24.780 euro (2.065 euro mensili), valore mediano che scende a 21.445 euro nel Mezzogiorno, mentre si attesta intorno a 27.800 euro nel Centro e a 25.830 euro nel Nord.

Il rischio di povertà delle famiglie con pensionati è pari nel 2018 al 15,9%, circa 8 punti percentuali inferiore a quello delle restanti famiglie. Ciò conferma l’importante ruolo di protezione economica che i trasferimenti pensionistici assumono in ambito familiare.

La presenza di un pensionato all’interno di nuclei familiari “vulnerabili” (genitori soli o famiglie in altra tipologia) riduce sensibilmente l’esposizione al rischio di povertà, rispettivamente dal 32,8% al 15,1% e dal 32,9% al 15,3%.

Il cumulo di pensione e reddito da lavoro abbassa ulteriormente il rischio di povertà: 4,8% contro 18,1% delle famiglie sostenute da titolari di sole pensioni.

Le famiglie di pensionati del Sud e delle Isole presentano un’incidenza del rischio di povertà quasi tre volte superiore a quella delle famiglie residenti nel Nord e più che doppia rispetto a quelle del Centro.