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MENSE SCOLASTICHE POST LOCKDOWN, COME SONO CAMBIATI I MENÙ

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Il Covid-19 ha colpito anche il sistema delle mense scolastiche in Italia. Secondo un’indagine realizzata da da Foodinsider in collaborazione con Slow Food, la mensa post lockdown ha semplificato la propria offerta con menù a base di pasta e pizza

Francesca Marras

Il Covid-19 ha colpito anche il sistema delle mense scolastiche in Italia, sia in termini organizzativi, e quindi di costi, spreco e impatto ambientale, che di equilibrio nutrizionale. Fino a febbraio scorso, infatti, si registravano moderati sforzi verso menù più sani e sostenibili, mentre la mensa post lockdown ha semplificato la propria offerta concentrandosi su piatti a base di pasta e pizza.

È questo il quadro presentato oggi da Foodinsider, osservatorio delle mense scolastiche, in collaborazione con Slow Food Italia, durante la conferenza stampa di presentazione del 5° Rating dei menù scolastici e dell’indagine sulla mensa post lockdown.

 

Durante l’iniziativa sono intervenuti l’On. Rossella Muroni, vice presidente della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, Claudia Paltrinieri, direttrice di Foodinsider, Francesca Rocchi, delegata per le mense scolastiche di Slow Food Italia, e Giulio Barocco, dell’Azienda Sanitaria Universitaria di Trieste.

Mense scolastiche pre lockdown

Per quanto riguarda il periodo pre lockdown, l’indagine ha fotografato la situazione fino a febbraio, valutando l’equilibrio e l’impatto sull’ambiente di una cinquantina di menù scolastici italiani, rappresentativi del 28% circa del panorama della ristorazione scolastica a livello nazionale.

L’indagine realizzata da Foodinsider ha registrato un moderato sforzo verso proposte più sane e sostenibili: più legumi e meno carne rossa e alcune iniziative contro lo spreco.

Tra i migliori spicca Cremona, con due opzioni di scelta e ricette sane e sfiziose, seguita da Fano, Jesi, Trento, Rimini, Bergamo e Mantova, che si posizionano nella fascia dell’eccellenza all’interno del Rating.

“L’organizzazione della mensa è una scelta strategica, una scelta che definirei politica e che dipende dalla cultura e dalla visione degli organi decisionali – ha commentato la vice presidente della Commissione Ambiente della Camera, Rossella Muroni. – Il cibo che portiamo a scuola è infatti un potente strumento di politica sociale, economica e ambientale con il quale si possono proteggere i bambini dalla povertà nutrizionale, dall’obesità e dalle malattie, rilanciando un’economia pulita sul territorio”.

La mensa post lockdown

Dopo il lockdown, invece, i menù e le ricette delle mense scolastiche offrono piatti a base di pasta in bianco, al pomodoro o al pesto e pizze, mentre scompaiono minestre e brodi e le polpette diventano bocconcini.

“Menù semplificati, insieme all’assenza di controlli da parte dei genitori e all’invasione delle stoviglie monouso sono le note più dolenti – spiega Slow Food in una nota. – Sono soprattutto queste ultime a far crescere gli oneri economici per i Comuni e i costi ambientali, di cui non si tiene conto”.

La soluzione più green è quella di Venezia, dove i bambini sono abituati da anni a portare le stoviglie da casa, a cui si sono aggiunte la borraccia e la tovaglietta lavabile fornite dal Comune.

“Quando parliamo di mensa sana e sostenibile, non pensiamo solamente a menù realizzati con materie prime coltivate adottando modelli riconducibili all’agroecologia – ha spiegato Francesca Rocchi – ma pensiamo al contempo a filiere locali in grado di creare un’economia che generi ricchezza condivisa a beneficio della comunità, della salute delle persone che vivono un territorio, della tutela dell’ambiente e della salvaguardia del paesaggio”.

Secondo l’indagine, inoltre, si allarga la forbice tra chi dà un valore sociale ed educativo alla mensa e chi la considera una commodity. Ossia “tra chi ritiene il mangiare a scuola sia uno strumento di ‘cura’ dei bambini e continua a cucinare, investendo sulle risorse umane, seppur con più difficoltà e maggiori costi e chi privilegia i cibi ‘scarta e servi’ puntando all’efficienza del servizio”.