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CORONAVIRUS, L’ALLARME DELLE GRANDI CATENE COMMERCIALI: UN NEGOZIO SU 3 NON RIAPRIRÀ PIÙ

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Con tutti i centri commerciali bloccati da settimane ed i fatturati praticamente azzerati, mentre tutti i costi di gestione continuano a correre come se niente fosse, le grandi catene del commercio moderno hanno deciso in maniera unilaterale di non versare più gli affitti. Secondo il Centro studi di Confimprese il 90% delle imprese associate ha revocato i bonifici per il pagamento anticipato dei canoni d’affitto per il trimestre aprile-giugno. In molti saranno costretti a chiudere i battenti e tanti altri lo faranno anche dopo l’avvio delle «fase 2».

 

Corto circuito sugli affitti

«Si è creato un corto circuito tra retailer e proprietari immobiliari nei centri commerciali e centri città sui canoni d’affitto con cui non riusciamo ad avviare un tavolo di lavoro comune» denuncia  il presidente di Confimprese Mario Resca. La sua associazione, che rappresenta ben 350 brand commerciali con 40 mila punti vendita e 700 mila addetti, chiede innanzitutto la rinegoziazione dei canoni calmierati nella fase 2 del post-emergenza, possibilmente solo sulla percentuale del fatturato fino a quando il mercato non si riprende. Inoltre sarebbe «auspicabile che ai proprietari di immobili ad uso commerciale venga concesso, alla riapertura, un credito d’imposta laddove trovino un accordo sulla rinegoziazione dei canoni. Dovranno potere usufruire di benefici fiscali attraverso un meccanismo mirato sia ad evitare la tassazione ordinaria dei canoni non percepiti sia sgravi fiscali proporzionali ai canoni non corrisposti». Per i retailer è anche necessario che venga rivisto  il credito d’imposta sugli affitti previsto dall’articolo 65 del decreto Cura Italia estendendolo a tutte le tipologie contrattuali e categorie catastali e alle attività che pur non essendo state chiuse, in quanto ritenute essenziali, hanno subito comunque gli effetti negativi della crisi economica, registrando un drastico calo del fatturato anche in questa seconda fase.

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«Ridurre gli acconti Irpef, Irap e Ires»

Questa è la richiesta principale che Confimprese ha presentato alle istituzioni. «Tuttavia – spiega una nota – ritenendo che il Cura Italia non abbia preso sufficientemente in considerazione il commercio, l’associazione chiede con urgenza di altre quattro distinte misure di sostegno al settore: la riduzione delle rate di acconto dell’Irpef e delle relative addizionali, dell’Ires e dell’Irap dovute per il periodo d’imposta in corso, il riconoscimento delle conseguenze del Covid-19 come causa di forza maggiore; la proroga della lotteria degli scontrini al 1 gennaio 2021 e l’abbattimento delle commissioni per gli incassi tramite Pos».

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Uno su 3 non riaprirà

«La gravità della situazione trova conferma nei sondaggi elaborati dal nostro centro studi” spiega Resca. Dopo quello sulla Lombardia in merito alla riapertura delle attività commerciali e alla relativa salvaguardia dei posti di lavoro nella fase 2 del post-emergenza, da cui è emerso che un negozio su 3 non riaprirà le saracinesche, il 9 aprile sono usciti i dati sul Piemonte, dove il 40% dei negozi resterà chiuso per sempre a fronte di una flessione degli incassi che, a seconda della tipologia e dell’ampiezza dei negozi, va da 100 mila a 4 milioni di euro.  «Prevediamo che in tutta Italia il 30% dei negozi non riuscirà più ad aprire – conclude il presidente di Confimprese -. Nel tempo spariranno molto retailer, perché non ce la faranno a sopravvivere».