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Dal rapporto Rasff 2007 risulta che in Italia sono ancora molto severi i controlli effettuati sui prodotti agroalimentari  che circolano all'interno dei confini nazionali: sia su quelli presenti nei suoi negozi ( di origine italiana e non), sia su quelli che giungono alle sue frontiere.

I dati del rapporto 2007 sul sistema di Allerta rapida per alimenti e mangimi (Rasff), che la commissaria alla Salute, Androulla Vassiliou, presenterà domani, parlano chiaro: l'Italia è il Paese dell'Unione Europea che conta il maggior numero di segnalazioni inviate a Bruxelles (come nel 2006). Se si va nel dettaglio, si scopre che elevata attività non significa che i prodotti siano di origine italiana, ma che Roma mette in campo controlli puntuali, più di altri paesi Ue.

Su un totale di 2976 notifiche inviate a Bruxelles dalle autorità europee, quelle segnalate delle Asl italiane e dei Carabinieri (NAS), tramite il ministero della Salute, hanno rappresentato quasi il 19,3% del totale (sono 555). Dopo l'Italia, per numero di notifiche, c'è la Germania (376), la Gran Bretagna (364) seguite da Spagna, Olanda, Danimarca, Polonia e Francia.

Le quasi tremila notifiche giunte a Bruxelles si dividono così: 961 (+4,5% rispetto al 2006) hanno riguardato prodotti già presenti nei negozi europei e per i quali è stato necessario disporre un ritiro dal mercato. Le altre 2015 invece si riferivano a prodotti bloccati alla frontiere, prima ancora di essere disponibili sugli scaffali (+0,5%).

Insomma, l'Italia vanta un primato importante: è il paese europeo più scrupoloso nel fare i controlli sugli alimenti ed è in testa nella classifica dei paesi più attivi nell'inviare segnalazioni alla Commissione Ue tramite il Rasff.

Ma non finisce qui. I nostri alimenti sono più sicuri di quelli spagnoli, tedeschi e inglesi. Infatti se si considera l'origine dei prodotti ritirati dal mercato, si scopre che gli alimenti che più frequentemente sono risultati pericolosi per la salute umana sono quelli spagnoli (oggetto di 177 notifiche), poi tedeschi (122) e francesi (109). I prodotti italiani risultati irregolari sono stati 75 (contro i 101 del 2006), pari al 2.4% del totale delle notifiche giunte a Bruxelles nell'arco del 2007. Guardando, invece, anche i Paesi extra-UE, gli alimenti più pericolosi sono di derivazione cinese (352), poi turca (293), statunitense (191), iraniana (133) e indiana (113).

Le irregolarità emerse sono soprattutto di natura igienico sanitaria e di natura formale: vanno dai problemi legati alla etichettatura non regolamentare dal punto di vista sanitario, all'assenza di certificazioni sanitarie, al traffico illegale, passando per la presenza di corpi estranei o in cattivo stato di conservazione, fino alle importazioni illegali di prodotti alimentari, le immissione sul mercato di novel food non autorizzati e OGM non autorizzati ( solo 45 notifiche contro le 129 dell'anno precedente).

I settori in cui sono state riscontate le principali irregolarità sono la frutta secca e i prodotti della pesca, seguiti da erbe e spezie, snack e gelati e dolciumi.

In questa prima metà di 2008, invece, sono state 1.435 le notifiche di alimenti avariati o contaminati giunte al Ministero della Salute, Direzione generale per la sicurezza degli alimenti e della nutrizione. Riguardano il Tonno dello Sri Lanka contaminato con istamina venduto in Veneto, l'insalata con il topo, le vongole italiane con la salmonella, il latte francese avariato distribuito in Toscana, e poi granchi e calamari al Cadmio, verdesca al mercurio, scorfani e merluzzi con larve di insetti, ostriche francesi vendute a Genova con il virus dell'Epatite A, salsa tartufata bianca con il botulino.

Tra i prodotti italiani a rischio nel 2008, molti sono stati scoperti dopo la vendita all'estero: in Germania hanno segnalato la ricotta di pecora con la Listeria, in Belgio il mangime per piccoli animali con le enterobatteriacee, in Olanda addirittura l'acqua per ghiaccioli alla fragola con un'infestazione da muffe. In crescendo le irregolarità per dietetici e prodotti alimentari, ma anche quelle per prodotti della pesca, gelati e dolciumi. Ma i rischi più elevati sono nella categoria frutta secca e snack.