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PAOLO RUSSO

Se qualcuno voleva la riprova di come il federalismo sanitario abbia finito per aumentare le diseguaglianze degli italiani in fatto di tutela della salute eccolo servito dall’ultimo Rapporto Crea sulle performance dei servizi sanitari regionali, redatto dall’Università Tor Vergata di Roma e di prossima presentazione. Una fotografia di un’Italia dell’assistenza sanitaria che va a tre velocità, dove a fare la differenza sono i soldi che le regioni mettono a disposizione per ciascun assistito, dove ovviamente chi sta peggio è chi ha anche meno risorse. Colpa di scelte fatte dalle singole amministrazioni. Ma anche di un sistema di riparto del fondo sanitario dove le regole le dettano le regioni più ricche e con maggior peso politico. Tant’è che «l’indice di deprivazione», ossia il peso della povertà nelle condizioni di salute della popolazione, caldeggiato dalle regioni meridionali, non è mai entrato a far parte dei criteri di riparto delle risorse. 

Così ecco che nella fascia di «eccellenza» ritroviamo, nell’ordine, Veneto, Trento, Toscana e Piemonte. In quella «critica» Liguria, Valle d’Aosta, Abruzzo, Sardegna, Sicilia, Puglia, Calabria e Campania, mentre tutte le altre si trovano in una terra di mezzo, segnata però sempre da insufficienze. Si perché nella classifica sulla scala da 0 a 1, stilata sulla base delle valutazioni di manager asl, utenti, professionisti sanitari, istituzioni e industria medicale, la maglia gialla la conquista il Veneto, ma solo con uno 0,63 che equivale ad uno striminzito 6+. Mentre la maglia nera Campania è bocciata addirittura con un 3+ in pagella. Voti assegnati sulla base di 12 indicatori, che vanno dalla speranza di vita priva di disabilità, alle morti evitabili, dalle famiglie impoverite per colpa delle spese sanitarie, alla spesa per assistito. Ed è proprio quest’ultima che condiziona le altre classifiche. Perché pur ripulendo il dato dai maggiori costi sostenuti per la popolazione anziana, la Campania, ultima in classifica per qualità dell’assistenza, lo è anche per quota di spesa pubblica pro-capite con 1795 euro. Molti meno della ricca Bolzano, che ne spende 2313 o della vicina Trento, che ne sborsa 2281. Anche se poi l’equazione «più soldi uguale migliore Sanità» non regge sempre alla prova dei fatti, visto che l’«eccellente» Piemonte non va oltre una spesa di 1846 euro, una ventina in meno della media nazionale. 

Ma le diseguaglianze diventano stridenti quando dai numeri si passa a cose vive, come l’aspettativa di vita oltre 75 anni libera da disabilità. A Trento, Bolzano, così come in Lombardia ed Emilia Romagna gli anziani possono contare su più di 9 anni da vivere serenamente in autonomia, mentre in Sicilia e Campania non si va oltre rispettivamente 6,2 e 7,4 anni. 

Anche la quota di persone che rinuncia a curarsi per super-ticket o liste d’attesa varia in modo abissale da un’area all’altra dello Stivale, con il sud che in genere arranca. Il 15,3% in Campania, il 13,9 in Puglia e l’11,6 in Calabria non ce la fa a sostenere le spese, mentre a Trento rinuncia a curarsi meno dell’1% e in Piemonte, Friuli e Basilicata (isola felice del Sud) la quota è comunque intorno al 3%. 

Disparità che la riforma costituzionale, sulla quale saremo chiamati a esprimerci il 4 dicembre, vorrebbe superare con il ritorno a un centralismo sanitario che in passato non ha però fornito prove migliori.