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Lo smartworking, prima del Coronavirus riguardava solo 570mila persone, il 2% dei dipendenti. Ad oggi il numero è raddoppiato e continua a credere

 25 Marzo 2020 Elena Leoparco

Uno degli ultimi aggiornamenti del Decreto #Iorestoacasa ha di fatto reso obbligatorio, làddove possibile, lo smartworking, ovvero il lavoro da casa, allo scopo di contenere il più possibile il contagio da Coronavirus.

Quello che stiamo constatando a più livelli è il fatto che l’epidemia rappresenta, e rappresenterà nel prossimo futuro un vero e proprio spartiacque tra quello che era la nostra vita e le nostre abitudini AnteCoronavirus e DopoCoronavirus. Una sorta di nuovo AC/DC anche per il mondo del lavoro.

 

Lo smartworking, prima dell’emergenza sanitaria in atto, riguardava solo 570mila persone, il 2% dei dipendenti. La diffusione del Covid-19 sul territorio nazionale ha spinto molte aziende verso il lavoro da casa tant’è che i maggiori operatori telefonici segnalano che il traffico dati sulle linee fisse è aumentato in media del 20% con picchi del 50%.

Un grande esperimento di lavoro a distanza mai verificatosi prima che viene raccontato molto bene in cifre dal Dataroom di Milena Gabanelli e Rita Querzè sul Corriere della Sera.

Smartworking e telelavoro, non sono la stessa cosa

La nostra normativa prevede e regolamenta due possibilità, lo smart working, oppure il telelavoro. Nel primo caso il lavoratore sceglie i giorni in cui non va in ufficio, lavora da dove vuole, e produce un certo risultato in un dato tempo.

Il telelavoro è più rigido, alla fine viene utilizzato solo nei casi di disabilità o lontananza del luogo di lavoro.

Quello che stiamo portando avanti in questi giorni si configura più come un «lavoro da casa» che deve fare i conti con due grossi problemi. Da una parte l’arretratezza tecnologica di molte aziende, dall’altro il digital divide che affligge molte aree del Paese nelle quali la connessione Internet non regge il carico o è totalmente assente.

In Italia la banda larga ultraveloce raggiunge il 24% della popolazione, contro la media UE del 60%. In pratica più di 11 milioni di residenti in zone montane, campagne, periferie, ma anche singoli quartieri di grandi città restano scoperti. Anche dove c’è una buona connessione, l’operatività è spesso ostacolata dall’arretratezza tecnologica di molte aziende e da una mentalità poco aperta all’innovazione.

Smartworking e Coronavirus, le grandi imprese tengono meglio

Chi regge meglio sono le grandi imprese, che avevano iniziato da tempo ad organizzarsi con opportuni piani di smart working, come le società delle telecomunicazioni, grandi banche, assicurazioni, utility, e anche le fabbriche più avanzate, perché le macchine possono essere programmate a distanza. Ad esempio, Eni aveva già 4.500 dipendenti in modalità smart, in emergenza se ne sono aggiunti altri 11.000. Segue la Regione Emilia Romagna e Liguria, la multiutility Iren, CNH Industrial e tante altre che nel giro di pochi giorni, e senza troppe difficoltà, hanno potuto continuare l’attività con il lavoro agile.

I vantaggi dello smartworking

Ci guadagna l’ambiente perché meno traffico vuol dire meno inquinamento. Ci guadagnano le aziende: riducono gli spazi, pagano affitti più bassi e bollette della luce più leggere, e hanno una produttività del lavoro più alta.

Per i dipendenti ci sono i vantaggi che derivano dalla libertà di organizzarsi: posso staccare per andare a prendere i figli a scuola, si libera il tempo per andare e tornare dall’ufficio (dai 30 minuti alle 2 ore ogni giorno).

E per trovare un buon equilibrio con la vita privata, soprattutto per le donne su cui ancora grava il maggiore carico di lavoro familiare? Una legge che stabilisce alcuni principi di base, come il diritto alla parità retributiva e alla disconnessione, esiste dal 2017.

Quello che stiamo facendo oggi è un telelavoro in emergenza, e non è un’opzione ma un obbligo, e serve per tenere in piedi il Paese. Quando finirà la situazione emergenziale e sarà ripristinata la normalità, sarà necessario negoziare questa modalità a livello individuale, aziendale e nei contratti collettivi.