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Prezzi più alti e carrelli vuoti: la crisi dei consumi fa vacillare il mito della grande distribuzione. Non è più vero che super e ipermercati riescono - comunque sia - a far contenere gli scontrini: tra maggio e giugno, rispetto allo stesso periodo del 2007, i loro listini sono aumentati in media del 4,3 per cento, facendo volare sopra tale soglia prodotti a largo consumo come pasta (6,3 per cento) burro e mozzarella (6,7). E all'occhio attento del consumatore il fatto non è sfuggito, tant'è che i fatturati del settore sono sì aumentati, ma a ritmi molto più contenuti. Nei due mesi presi in considerazione, rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, le quote di quantità vendute sono risultate praticamente stagnanti (più 0,4 per cento) e i fatturati ne hanno risentito (più 4,7 per cento contro il 5,6 di gennaio e febbraio). Insomma anche la spesa al "super" costa di più, quindi si compra di meno.

E' la conclusione cui arriva un'indagine di Unioncamere che con i numeri spiega una sensazione ormai palpabile ai più: la caduta del potere d'acquisto si misura nelle scelte quotidiane. Si fa attenzione al prezzo del singolo prodotto e si compra solo l'indispensabile. Se la prima fase della crisi ha fatto sì - dove possibile - che si abbandonasse il vecchio e caro negozietto sotto casa per passare al supermercato, ora - nella seconda fase - anche i "grandi" scoprono in difficoltà perché non riescono più a garantire livelli di prezzi visibilmente più contenuti e il consumatore taglia dove può.

 
Dunque, nel carrello della grande distribuzione i prodotti alimentari hanno raggiunto aumenti medi che superano il 5 per cento: dai picchi di pasta e burro (superiori appunto al 6), al più 2,7 per cento delle bevande e al più 3,1 dei surgelati. Resistono all'onda solo i prezzi dei prodotti per la cura della casa (1 per cento) e della persona (1,1). Ormai, dicono le cifre, iper e super vanno avanti soprattutto a colpi di promozioni e "tre per due".

La colpa di tale lievitar di listini, secondo lo studio, è del sensibile aumento dei prezzi alla produzione che, secondo gli ultimi dati Istat, proprio nel settore alimentare ha raggiunto il 10 per cento. Ma una indagine della Cgia di Mestre segnala il fatto che - comunque sia - qui qualcosa è andato più storto che altrove: dall'ingresso dell'euro, infatti, solo la Spagna ha avuto incrementi di prezzo superiori all'Italia. In media gli aumenti nell'area dell'Europa dei 27 è stata del 18,2 per cento, ma se in Spagna è volata al 26,2 anche l'Italia ha messo a segno un 18,9 contro il 13,1 per cento della Germania o il 15,5 della Francia.

Ora, è chiaro che davanti a tali contrazioni del venduto gli esercizi stanno mettendo in atto strategia di recupero: da un monitoraggio della Confcommercio risulta, per esempio, che durante la settimana di Ferragosto l'80 per cento dei negozi (grandi o piccoli che siano) resterà aperta e che sarà possibile e facile fare la spesa non solo nei luoghi di vacanza, ma anche in città. La quota d'italiani che non vanno in ferie, d'altra parte, è alta e sfiora i 23 milioni.

Ma la crisi non sembra destinata a passare in tempi stretti perché, consumi a parte, secondo le previsioni del Cerm anche le difficoltà del paese in termini di bilancio non saranno superate a breve: il risanamento dei conti pubblici - dice il centro studi - è lontano. E' vero che si registra un buon andamento delle entrate tributarie, ma è altrettanto vero che la spesa pubblica continua a crescere ed è ancora basso il livello di produttività del sistema Italia.