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Per quanto possa sembrare strano, non c’è alcun limite o calmiere ai prezzi dei ristoranti, che possono essere del tutto esorbitanti e completamente slegati alla qualità del cibo, anzi pure alla quantità, dato che le porzioni sono libere. Recentemente c’è stato un gran rumore a Roma perché in un noto ristorante del centro due giapponesi hanno pagato 685 euro per un pranzo.
Ne è scaturita una denuncia e il ristorante è stato temporaneamente chiuso, ma non per i prezzi, bensì per carenze igieniche (oltretutto). I prezzi degli alberghi si possono capire dal numero di stelle, che indicano la categoria, mentre i ristoranti non hanno stelle, sono suddivisi in categorie da un decreto ministeriale del 1977, ma non devono esporre la categoria. I prezzi si conoscono quando ci si siede ed è imbarazzante poi alzare i tacchi se si vede che sono esosi, specialmente quando si hanno ospiti.
I ristoratori hanno soltanto l’obbligo di esporre al pubblico i prezzi dei piatti attraverso menù o listini posti “in luogo visibile”, come stabilisce l’art. 180 del regio decreto 6 maggio 1940, n. 635, sotto pena di una sanzione di 308 euro (come oblazione), che è una miseria in confronto a quello che possono lucrare. Se il conto finale corrisponde ai prezzi esposti, c’è ben poco da fare perché facendo l’ordinazione dopo aver letto il listino il consumatore è come se avesse fatto un contratto scritto accettando i prezzi.
Tuttavia tempo fa il questore di Roma ha inflitto 15 giorni di chiusura a un night che praticava prezzi da capogiro: 600 euro per una normale bottiglia di champagne commerciale, 100 euro per una Coca cola, 150 per una birra e così via. Questi conti astronomici venivano presentanti soprattutto a turisti di passaggio con i quali erano sorte ovviamente delle liti e ne erano seguite varie denunce al Commissariato. Siccome i prezzi erano esposti nel listino, apparentemente non c’era alcuna violazione di legge, ma per chiudere il locale il questore ha trovato una brillante soluzione nell’articolo 100 del Testo unico della legge di pubblica sicurezza, in base al quale “il questore può sospendere la licenza di un esercizio nel quale siano avvenuti tumulti...o che, comunque, costituisca un pericolo per l’ordine pubblico”.
In sostanza, le liti fra l’esercente e i clienti sono stati considerati “tumulti” e un pericolo per l’ordine pubblico. La soluzione dovrebbe essere presa ad esempio anche in altre città ove si praticano prezzi astronomici e, in ogni caso, quando capitano episodi del genere, i consumatori dovrebbero sempre presentare denuncia al Commissariato locale, altrimenti il questore non può applicare la norma.