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C’è chi paga una certa somma con un assegno postdatato, in quanto non ha momentaneamente la provvista bancaria e prevede di averla entro la data sull’assegno. La domanda conseguente è se è lecito emettere un assegno posdatato. Teoricamente no, perché equivale ad una cambiale e quindi costituisce evasione dell’imposta del bollo che si paga su quest’ultima. In pratica, però, se il beneficiario mette l’assegno all’incasso nella data stabilita, non succede niente. Ammesso poi che qualcuno se ne accorga, non ci sono più neanche conseguenze penali: la legge n. 386/1990 ha abrogato l’articolo 116 del regio decreto n. 1736/1993 che puniva con una multa (sanzione che macchia la fedina penale) e, nei casi più gravi, anche con la reclusione fino a 6 mesi chi emetteva “un assegno bancario con data falsa”. Ora non c’è una sanzione specifica per chi emette assegni postdatati, ma occorre tenere presente che il beneficiario può metterli all’incasso anche prima della data indicata. In questo caso la banca non solo deve pagare l’assegno (ovviamente se c’è la provvista), ma avrebbe l’obbligo di denunciare all’Ufficio del registro chi ha emesso l’assegno per evasione dell’imposta di bollo, dovuta ai sensi del DPR n. 642/1972. E’ prevista però solo una sanzione pecuniaria da venti a cinquanta volte l’imposta non corrisposta, come ha stabilito l’articolo 25 dello stesso DPR; può sembrare tanto, ma l’importo del bollo sulle cambiali è basso. La sanzione viene irrogata, appunto, dall’Ufficio del registro, sempre che la banca decida di inoltrare la denuncia (in genere non lo fa, perché l’Ufficio del registro non ha tempo per le minimulte).
Le cose si complicano se l’assegno postdatato risulta scoperto quando viene messo all’incasso. Fino a qualche anno fa c’erano conseguenze penali se l’assegno scoperto non veniva onorato entro un certo tempo, con una multa fino a 5 milioni di lire o la reclusione fino a otto mesi. Il decreto legislativo n. 507/1999 ha cambiato le norme e ora c’è una semplice sanzione pecuniaria amministrativa graduata: da 516 a 3.098 euro per l’assegno scoperto fino a 10.329,14 euro, da 1032 a 6197 euro se l’assegno è superiore a 10.329,14 euro. C’è anche la sanzione accessoria di interdizione dall’emissione di assegni se la somma supera i 2.582,28 euro e se l’interessato non la paga al beneficiario entro 60 giorni. Competente per tutte queste sanzioni è il prefetto che, ricevuto il rapporto dopo che siano trascorsi inutilmente i 60 giorni utili per onorare l’assegno, deve notificare la violazione all’interessato entro 90 giorni, altrimenti le sanzioni si prescrivono (art. 14 legge n. 689/1981). Entro 30 giorni dalla notifica della violazione, l’interessato può presentare scritti difensivi e documenti, valutati i quali il prefetto determina con ordinanza motivata la somma dovuta per la violazione, oppure emette ordinanza di archiviazione degli atti. Quindi il prefetto potrebbe anche accogliere le ragioni di chi ha emesso l’assegno.
Restano valide le regole già stabilite dalla legge n. 386/1990: chi ha emesso l’assegno scoperto può evitare sia le sanzioni sia il protesto pagando al beneficiario la somma entro 60 giorni, oltre agli interessi di mora, a una penale del 10 per cento e alle eventuali spese amministrative. Comunque, in caso di assegno scoperto, la banca scrive al cliente inviandogli un “preavviso di revoca” e avvertendolo che, se non paga entro 60 giorni, dovrà iscriverlo alla CAI, ovvero alla Centrale d’allarme interbancaria che sta presso la Banca d’Italia. Ciò oltre alle conseguenze già dette. La CAI esclude dal sistema dei pagamenti i soggetti e i titoli a rischio, registrando i nominativi di tutti coloro che hanno emesso assegni senza autorizzazione o senza provvista, di modo che nessuna banca o ufficio postale possa pagare assegni da essi emessi, né rilasciargli nuovi libretti, né stipulare con essi nuove convenzioni di assegno.