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di Martina Nasso

L’azienda ha avviato un piano di ristrutturazione che prevede la consegna della corrispondenza a giorni alterni e la chiusura di alcuni uffici postali. Tante le lamentele di comuni, associazioni e cittadini

“Con la consegna a giorni alterni chi lo vede più il postino? Forse solo la De Filippi il sabato sera”. Così recita il commento ironico di un utente sulla pagina Facebook di Poste Italiane, una tra i tanti di questo tenore. Sì, perché da quando l’azienda ha dato il via alla sperimentazione che prevede la consegna della corrispondenza dieci giorni al mese, le lamentele non sono mancate.

Il piano di ristrutturazione. Poste Italiane a ottobre del 2015 ha dato il via alla prima fase del nuovo metodo di consegna in alcune località del Nord Italia. La sperimentazione è stata ampliata con una seconda fase nel 2016 e da febbraio 2017 è partita la terza e ultima fase che ha esteso la consegna a giorni alterni ad altri comuni italiani, per un totale di 2600. L’obiettivo è quello di raddoppiare questo numero e applicare il nuovo sistema al 25% della popolazione (l’elenco dei comuni coinvolti è qui).

La parola dell’authority. L’azienda, nel 2015, ha sottoposto il suo piano all’AgCom (l’Autorità per la garanzia nelle comunicazioni), ottenendo il suo ok: Poste Italiane, secondo quanto si legge nella delibera n. 395/15/CONS dell’authority, avrebbe ricercato il “massimo nel quadro di una consistente riduzione delle risorse pubbliche destinate al finanziamento del servizio postale universale”. Agcom ha affidato a un organismo specializzato indipendente il compito di vigilare e ha introdotto un indirizzo specifico (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) per acquisire più velocemente le segnalazioni di disservizi da parte dei comuni. Finora l’authority non ha riscontrato particolari situazioni di criticità.

Diffidati. La stessa AgCom, però, a luglio 2016, ha diffidato Poste Italiane per il servizio di notifica degli atti giudiziari. La delibera dell’authority individua “problematiche rilevanti” e uno “scarso livello qualitativo, con casi specifici di drammatica inefficienza”.

Poi chiede a Poste Italiane di presentare, entro 60 giorni, “un piano con la puntuale indicazione di idonee misure organizzative finalizzate ad assicurare la piena affidabilità e il corretto e regolare svolgimento del servizio, evitando il ripetersi di situazioni di grave disservizio”. Poste Italiane ha presentato un piano valutato positivamente dall’AgCom. “Gli interventi, che dovrebbero essere attuati nei primi mesi dell’anno – spiega l’Authority – sono idonei a migliorare la qualità del servizio, riducendo notevolmente la possibilità che si possano ripetere le disfunzioni di processo riscontrare in precedenza”. Consumi ha chiesto a Poste Italiane quali siano le misure correttive che saranno introdotte, ma non ha ricevuto risposta.

Meno lettere più bancomat. L’85% dei profitti di Poste Italiane deriva dai servizi finanziari. Solo il 15% è relativo ai servizi postali. L’azienda si avvia verso la seconda fase di privatizzazione (il capitale della società quotata in Borsa dal 2015 è suddiviso tra Cassa depositi e prestiti (35%), Tesoro (29,3%), investitori istituzionali (21,8%) e singoli investitori con il 13,9%) perché il Governo ha intenzione di vendere sul mercato la residua quota di capitale nelle mani del Tesoro. Poste Italiane, però, resta obbligata, fino al 2026, ad assicurare la copertura del cosiddetto “servizio postale universale” su tutto il territorio nazionale. E per farlo incassa 262,4 milioni all’anno.

Paesi dimenticati. Proprio la privatizzazione e il piano di razionalizzazione dell’azienda sono entrati nel mirino di Anci (l’Associazione nazionale dei Comuni italiani) che il 19 febbraio ha scritto in una nota: “Poste Italiane è sì una Spa, ma svolge innegabilmente un servizio di interesse pubblico diffuso e fortemente radicato in tutto il territorio nazionale. La privatizzazione non può dunque prescindere da un rafforzamento della rete postale”. L’Anci cita anche i ricorsi presentati al Tar da alcuni comuni italiani contro la chiusura degli uffici postali in alcuni paesi. Tra questi c’è anche quello di 41 enti locali piemontesi, presentato al Tar Lazio che ha deciso di rimettere la questione alla Corte di Giustizia dell’Ue.

Le reazioni in Parlamento. Diversi schieramenti hanno presentato interrogazioni e interpellanze sul tema. La richiesta è sempre la stessa: bloccare il piano o introdurre un sistema di controllo governativo più incisivo sulla sperimentazione. Nel 2016, inoltre, il Parlamento Europeo aveva approvato una risoluzione che prevedeva l’applicazione di una direttiva del ‘97 relativa all’obbligo di garantire il servizio almeno cinque giorni alla settimana per tutti i cittadini. Ma cosa può fare il cittadino in caso di disservizio?

La lettera di reclamo. Prima di tutto, per sapere come comportarsi in caso di ritardi e disservizi, bisogna consultare la “Carta della Qualità” delle Poste. Per segnalazioni si può inviare una lettera di reclamo utilizzando il modello presente in ogni ufficio postale o direttamente online. Inoltre, è possibile spedire il modulo via Pec all'indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., tramite raccomandata a.r. alla “Casella postale 160-01444 Roma” oppure via fax al numero 0698686415.

Al reclamo bisogna allegare i documenti che provano l’accaduto. Ad esempio, se una spedizione non è mai arrivata a destinazione, occorre allegare una copia della ricevuta. Se, invece, si riceve un pacco, danneggiato o manomesso, bisogna aggiungere una copia della distinta di accettazione o, in caso di pacchi, una copia della lettera di vettura. Secondo la “Carta della Qualità”, ad esempio, se una raccomandata spedita in Italia arriva oltre il decimo giorno lavorativo successivo alla spedizione il rimborso coincide con il costo della stessa, se arriva dopo trenta giorni il rimborso prevede anche 30 euro in più del costo della stessa. Poste decide sul reclamo entro 45 giorni.

La conciliazione. Qualora il reclamo non abbia avuto esito soddisfacente o non sia stata ricevuta risposta entro 45 giorni successivi all’invio dello stesso l’interessato potrà ricorrere alla procedura di Conciliazione nella quale può farsi supportare da un’associazione di consumatori. Entro 60 giorni l’utente otterrà una risposta. Qualora anche questo tentativo fallisca, ci si può rivolgere all’AgCom inviando una richiesta di definizione della controversia mediante la compilazione del “Formulario CP” che Poste Italiane rende disponibile sul sito web e nelle proprie sedi. L’utente, infine, può sempre decidere di rivolgersi al giudice.