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Non accenna a placarsi la polemica sui sacchetti biodegradabili che dal 1° gennaio devono obbligatoriamente sostituire le vecchie buste utilizzate per i prodotti freschi del supermercato: come ormai tutti sanno, la legge prevede che siano a pagamento e questo ha scatenato l’indignazione dei consumatori. D’altra parte c’è chi ritiene che tutta questa polemica sia stupida: in fin dei conti, si discute di aumenti che peseranno, sulla spesa di un anno, per non più di dieci o venti euro! Di qui la bufera che sta impazzando da giorni sui social media.

Io ritengo, invece, che questa indignazione sia giustificata, anzi che ci sia di rallegrarsi del fatto che le persone non siano più disposte a farsi prendere in giro: nell’anno appena trascorso ne abbiamo avuto un’altra dimostrazione con il grande successo della campagna dell’Unione Nazionale Consumatori #nofattura28giorni. Credetemi, gli operatori della telefonia pensavano di farla franca (portando a casa aumenti surrettizi del 8,6 per cento) e invece, anche grazie alla sollevazione popolare, abbiamo ottenuto una legge che li obbligherà, dal prossimo febbraio, a ripristinare la fatturazione mensile.

Ora, tornado ai sacchetti di plastica a pagamento, da una parte c’è la giusta richiesta dell’Europa che ha approvato una Direttiva per ridurre l’utilizzo della plastica, ma d’altra parte dobbiamo dire che l’applicazione italiana della norma è un vero pasticcio! Di qui le giuste polemiche sulle fake news circolate in questi giorni: non è vero che l’obbligo di distribuire questi sacchetti a pagamento sia imposto da Bruxelles. In verità il nostro Governo, tra le varie soluzioni proposte dalla Direttiva, sceglie la via più breve, decidendo di imporre il costo dei nuovi sacchetti sulle spalle dei consumatori.

E non basta: siamo tutti d’accordo che la sostenibilità ambientale sia una priorità, ma non è ben chiaro perché non consentire al consumatore di fare a meno del sacchetto (almeno per quella frutta che può essere portata sfusa alla cassa) o perché vietare le buste riutilizzabili che porterebbe benefici di gran lunga migliori nel ridurre la produzione di plastica!

E invece i consumatori si ritrovano a pagare tra 2 e 5 centesimi per i sacchetti della grande distribuzione, mentre nei piccoli esercizi il prezzo potrà arrivare fino a 10 centesimi. C’è il rischio di un nuovo balzello, considerato che non ci sono alternative per evitarlo visto che sarebbe vietato portare da casa i sacchetti da utilizzare all’interno del supermercato: in una nota di chiarimento inviata alla Grande Distribuzione, il Ministero dell’Ambiente avrebbe chiarito che l’obbligo di pagare i sacchetti sarà accompagnato dal divieto di riutilizzo delle buste biodegradabili (per non meglio chiarite “ragioni igieniche”).

Qualcuno aggiunge che tutta questa polemica su pochi centesimi rischia di farci perdere di vista aumenti ben più sostanziosi, ma rifiuto il solito giochino del “ben-altrismo”: da un lato le Associazioni dei consumatori continuano a tenere gli occhi aperti denunciando ogni aumento ingiustificato (qui la mia polemica sugli aumenti delle tariffe autostradali), d’altro canto, tornando ai sacchetti, c’è un principio che va difeso: questa bizzarra legge sulle buste per l’ortofrutta viene fuori ad agosto, è inserita nel Decreto per il Mezzogiorno (che c’entra?!), stabilisce sanzioni draconiane per il supermercato che non distribuisca i nuovi sacchetti a pagamento, ma poi manca di prevedere un prezzo massimo di vendita per i sacchetti, lasciando aperta la porta alle solite speculazioni: quanto costeranno a fine anno?

E -soprattutto- perché il Governo italiano ha deciso di discostarsi da quanto previsto dalla Direttiva europea che, come detto, quanto al costo, lasciava l’onere a carico del consumatore solo come una delle possibili strategie per ridurre il ricorso alla plastica?

In tutto ciò mi colpisce il silenzio della Grande distribuzione: quelle grandi catene di vendita sempre così prodighe di fantasiose campagne pubblicitarie nelle quali si dichiarano “amiche” dei consumatori, perché oggi (per la maggior parte) restano in silenzio?

Troppo facile dire che l’obbligo di “tassare” i consumatori deriva dalla legge! Io credo invece che la Gdo stia perdendo un’occasione: quella di farsi sentire in questo dibattito offrendo soluzioni che vengano incontro al consumatore! Perché non ho sentito nessuna insegna che intenda (il Ministero dello Sviluppo Economico li ha autorizzati a farlo) offrire i sacchetti sottocosto? Perché nessun supermercato consente ai clienti di portarsi il proprio sacchetto o contenitore da casa senza trincerarsi dietro fantomatiche direttive ministeriali che ne farebbero divieto?

E non solo: magari facendo ricorso alla fantasia (che non manca in quelle tamburellanti campagne pubblicitarie), i supermercati potrebbero prendere esempio da quel che accade altrove dove alcune insegne hanno introdotto propri imballi riutilizzabili per alimenti sfusi (una catena svizzera afferma di aver ridotto il consumo di sacchetti di plastica alla cassa di oltre l’85 per cento senza imporre sovrapprezzi ai consumatori, se non il costo iniziale della sporta). Se è davvero importante l’impatto ambientale, perché il supermercato non propone sacchetti realizzati in materiali sostenibili adatti a consentire di rimuovere con facilità le etichette dei prezzi così da renderlo riutilizzabile (in Germania sono diffuse le vecchie “retine” lavabili in lavatrice)?

L’unica difesa della Gdo sembra essere questa: prima le buste ve le facevamo pagare lo stesso includendo questo costo nel prezzo di frutta e verdura… E allora non resta che chiedersi (ma la domanda è retorica) se, oggi che i sacchetti li paga il cliente, frutta e verdura costeranno di meno?

Insomma se è una “bufala” che questa tassa serva all’ambiente, perché giudicare fuori luogo l’indignazione del consumatore? Qualcuno pretende che per pochi centesimi non si abbia il diritto di arrabbiarsi? Da stupidi sarebbe invece continuare ad accettare che ogni giorno qualcuno voglia prendersi gioco di tutti noi consumatori! Ma le cose, stanno finalmente cambiando, voi che ne dite?