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Chi va ad abitare in alcune zone d’Italia, riceve dopo un po’ di tempo una misteriosa cartella esattoriale intitolata “contributo di bonifica”. Spesso si tratta di sommette di 15 euro, ma è difficile informarsi di che si tratta, poiché la cartella è emessa da un altrettanto misterioso “Consorzio di bonifica” che non si sa dove stia.
Per saperlo bisogna fare una ricerca storica e ritornare ai tempi in cui in Italia c’erano molte paludi, che si tentò di bonificare già dal Rinascimento, ma più efficacemente dopo la costituzione del regno d’Italia e fino agli anni precedenti l’ultima guerra mondiale. Le terre furono date ai contadini o comprate da latifondisti e, poiché costoro traevano un guadagno dalla terra bonificata e coltivata, nel 1904 uscì un regio decreto che prevedeva il versamento di un contributo di bonifica a Consorzi appositamente costituiti, che avevano anche il compito di una eventuale manutenzione delle opere svolte.
Successivamente, un altro regio decreto del 1933 ha regolato di nuovo la materia riferendosi genericamente agli “immobili” tenuti a versare il contributo, anziché ai terreni. Da qui è nato l’inghippo di cui hanno approfittato i Consorzi di bonifica quando gran parte delle terre fu abbandonata e vennero gli insediamenti urbani: “immobili” sono anche le case, quindi devono pagare il contributo per il fatto stesso di esistere, cioè di trovarsi su una terra che è stata bonificata un secolo fa, anche se non ne traggono alcun vantaggio concreto come gli ex agricoltori, anche se non c’è più un’attività di manutenzione delle opere idrauliche svolte a suo tempo e, infine, anche se usufruiscono di opere di urbanizzazione distinte dalle opere di bonifica.
Questa tassetta non solo è sopravvissuta a tutte le riforme fiscali, ma si è anche dilatata e replicata in progressione geometrica colpendo chi abita in normali case di città e procurando lauti stipendi e introiti ai Consorzi di bonifica. La tassetta, come si è detto, ha anche il privilegio dell’iscrizione a ruolo e quindi il cittadino non può infischiarsene perché arriva tramite cartella esattoriale e se non si paga entro 60 giorni scatta la procedura del fermo amministrativo dell’auto. Ma in base all’articolo 17, comma 1, del decreto legislativo n. 46/1999 i consorzi di bonifica, in quanto enti pubblici economici, non potrebbero ottenere l’iscrizione a ruolo delle somme da incassare e quindi le cartelle esattoriali sono illegittime. Questo è un primo motivo per fare ricorso, tenendo presente che l’articolo 12 della legge n. 448/2001 ha trasferito alle Commissioni tributarie “tutte le controversie aventi ad oggetto i tributi di ogni genere e specie”, quindi anche le tassette di bonifica che hanno natura tributaria e per le quali prima era competente il Tribunale a causa di una ragnatela di antiche norme. Davanti alle Commissioni tributarie provinciali si può stare da soli se la controversia ha un valore non superiore a 2582 euro, come è il caso di quasi tutti i contributi di bonifica. Ovviamente il ricorso deve essere motivato, considerando che due sentenze della Corte di cassazione (n. 8957/1996 e 8960/1996) hanno stabilito che il contributo è dovuto soltanto nel caso che le opere di bonifica abbiano determinato un incremento di valore dell’immobile “con beneficio diretto e specifico” e che “in caso di contestazione il beneficio deve essere provato dal Consorzio di bonifica”, il che è piuttosto difficile se si abita in un normale appartamento urbano costruito dopo le bonifiche.
Comunque il ricorso va fatto entro 60 giorni dal ricevimento della cartella esattoriale seguendo una precisa procedura prevista dal decreto legislativo n. 546/1992, poiché in caso contrario può essere dichiarato inammissibile. Sarebbe bene, quindi, prendere prima ogni informazione utile presso la segreteria della Commissione tributaria provinciale, ricordandosi che è competente quella della provincia in cui ha sede legale il Consorzio di bonifica. Il ricorso deve essere spedito alla Commissione tributaria tramite raccomandata AR senza busta, contenente anche i documenti allegati, poi va notificato tramite ufficiale giudiziario al Consorzio di bonifica. Sempre a pena di inammissibilità, entro i successivi 30 giorni il ricorrente deve depositare presso la segreteria della Commissione tributaria copia del ricorso notificato alla controparte (ma perché se l’ha già spedito?) con fotocopia della ricevuta di spedizione, attestando che la copia è conforme a quella notificata. Dopo questi preliminari comincia il giudizio, a meno che con il Consorzio di bonifica non si raggiunga subito un accordo per ritirare il ricorso. Va ricordato che la parte soccombente può essere condannata a rimborsare alla controparte le spese di giudizio, che sono liquidate con la sentenza, anche se normalmente ognuno paga le sue spese.