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Si chiama obsolescenza programmata il fenomeno che negli ultimi anni sta riguardando beni di consumo elettronici che invece di durare correttamente il più a lungo possibile, cessano di funzionare a distanza di poco tempo dall’acquisto, non a causa dell’usura del bene, bensì per una programmazione della durata del prodotto in sé. In pratica, invece di puntare  alla qualità e all’efficienza del prodotto tecnologico, le aziende lo programmavano per non farlo funzionare. Sembra assurdo ma è così.  Sempre più frequente smartphone, computer o altri prodotti tecnologici manifestano un difetto o cessano di funzionare a garanzia scaduta, con la previsione di una riparazione più onerosa rispetto all’acquisto di un nuovo prodotto, ed ecco che si innesta il circolo vizioso tra consumatore, concorrenza e ambiente. Importante tenere presente che l’obsolescenza programmata può dipendere da un difetto funzionale del prodotto, dall’incompatibilità con nuovi aggiornamenti, o anche dalla non disponibilità di parti di ricambio. Il progresso da una parte consente la produzione di prodotti tecnologici di ultima generazione in linea con l’evolversi della società digitale, dall’altra, tanta è la velocità con cui si viaggia che vengono messe  in atto delle policy anche poco corrette , come nel caso in esame, per favorire  tale processo senza tenere conto degli effetti che ne possono derivare.

Consumismo e ambiente sono due parole antitetiche che riconducono entrambe al processo dei rifiuti e dello  smaltimento dei prodotti elettronici ed elettronici colpiti da presunta obsolescenza programmata. Se solo si rispettasse di più la normativa sui RAEE l’ambiente ne gioverebbe e si potrebbe contribuire, seppure in parte, a diminuire il problema ambientale strettamente collegato alla politica dell’usa e getta dei beni di consumo che di fatto caratterizza la società tecnologica in cui viviamo. Spesso il consumatore a fronte di un bene difettoso tende a farsi catturare dagli sconti che lo convincono ad acquistarne uno nuovo piuttosto che sostenere una spesa onerosa per la riparazione.

A quanto pare l’obsolescenza programmata risale agli anni ’20, in particolare al 1924, anno in cui venne siglato l’accordo Phoebus (la prima forma di cartello tra aziende) tra le più importanti case produttrici di lampadine ad incandescenza, che prevedeva di ridurre la vita delle lampadine da 2.500 ore a sole 1.000 ore rendendole così meno efficienti e durature. Finora sono stati diversi i prodotti e le imprese coinvolti dal fenomeno della obsolescenza programmata a partire dalla Francia dove la giustizia francese ha aperto un’inchiesta su Apple, per “l’invecchiamento precoce” degli iPhone, e su quattro multinazionali produttrici di stampanti, Epson, Brother, Canon e HP, per aver fatto pagare ai consumatori l’inchiostro nelle cartucce a un prezzo troppo alto. La Francia, introducendo il reato di obsolescenza programmata, ha fatto da apripista in tema di regolamentazione, codificando il fenomeno come “l’insieme delle tecniche con cui un operatore del mercato punta deliberatamente a ridurre il ciclo di vita di un prodotto per aumentarne il tasso di sostituzione”. La legge francese infatti, in essere dal 2015, oltre a vietare l’obsolescenza programmata, prevede a carico della azienda ritenuta responsabile, una sanzione che varia da 300 mila al 5% del volume d’affari dell’azienda medesima, fino a prevedere delle misure restrittive per i dirigenti.

In Italia e nel resto d’Europa ancora non c’è una legge sulla obsolescenza programmata, ma a livello europeo qualcosa è iniziato a muoversi a giugno del 2017 quando i deputati europei della commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori hanno invitato la Commissione a prendere dei provvedimenti per limitare l’obsolescenza pianificata di prodotti informatici e software. L’auspicio è che si giunga presto a una legislazione europea più omogenea possibile sulla obsolescenza programmata che tenga in considerazione oltre al progresso tecnologico, anche alla qualità e all’efficienza dei beni di consumo, senza perdere di vista il problema ambientale in senso più ampio.

di Claudia Ciriello