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Si può mettere un etto di prodotto in un imballaggio grande che ne può contenere un chilo? Sì, nessuna norma lo vieta, anche se, ovviamente, l’imballaggio grande inganna il consumatore, il quale pensa che il contenuto sia molto alto. Inoltre, un imballaggio grande si paga di più, anzi a volte c’è l’imballaggio nell’imballaggio, o addirittura tre imballaggi, uno spreco ecologico. Questo giochetto è diffusissimo fra i cosmetici, perché il consumatore non fa caso al rapporto prezzo-quantità, per cui, ad esempio, è portato a comprare un dopobarba che sta in un imballaggio dentro un altro imballaggio.
Ciò è dovuto al fatto che il ricavo industriale sui cosmetici è enorme, per esempio, rispetto a quello sugli alimentari, quindi bisogna dare al consumatore la sensazione che sta comprando una cosa qualitativa e sostanziosa. Che poi ciò comporti un incremento dei rifiuti non ha importanza per le aziende.
Gli imballaggi possono ingannare sulla quantità anche per un altro motivo. Chi ci assicura che dentro la bottiglia ci sia un litro di vino? Per tale motivo molti anni fa l’Unione europea emanò un provvedimento che permetteva la circolazione in Europa soltanto degli imballaggi che, accanto al contenuto, riportavano una piccola “e”: sta a significare che il produttore ha una procedura automatica di controllo del contenuto. Però ci sono delle tolleranze, che vanno dal 9% per i prodotti finoa 5 grammi o millilitri, all’1,5% per quelli da 1000 a 10.000 grammi o millilitri. Gli imballaggi senza la “e” sono venduti soltanto sul territorio nazionale, ma in pratica sono soggetti alle stesse norme per quanto riguarda le tolleranze in meno di peso o volume. Va rilevato che per alcuni prodotti come pomodori in scatola e altri vegetali conservati, alimenti umidi per cani e gatti, deodoranti e insetticidi aerosol, la lettera “e” comporta anche l’obbligo di indicare, oltre alla quantità netta, anche la capacità dei contenitori, che è ovviamente maggiore.
Molti imballaggi che servono per i prodotti alimentari non riportano neanche la dicitura (obbligatoria) “per alimenti” o il relativo simbolo costituito da un bicchiere e una forchetta stilizzati. In verità le normali confezioni contenenti alimenti come scatole di pasta, pelati, caffè, bottiglie di acqua minerale o di vino, eccetera, non devono riportare l’indicazione in quanto è implicito che sono per alimenti e devono rispondere ai requisiti igienico-sanitari stabiliti dal Ministero della Salute. I materiali e gli oggetti “non ancora venuti a contatto con i prodotti alimentari”, invece (carta, vassoi, buste, pellicole di plastica o di alluminio, eccetera), ai fini dell’informazione del consumatore devono riportare la dicitura “per alimenti”, oppure una menzione specifica circa il loro uso, oppure, ancora, il simbolo già detto. La relativa sanzione è di 2.582 euro, come oblazione.
Curiosamente le botti di legno per il vino non sono considerate “materiali destinati a venire in contatto con gli alimenti” e non devono riportare la dicitura. A questa curiosa conclusione è giunto il Ministero della Sanità investito da un quesito presentato dall’Assoenologi. E’ da secoli che il vino si conserva nelle botti di legno, ma improvvisamente si era sparsa la voce che fossero fuorilegge perché cedono al vino sostanze estranee in misura superiore a 10 milligrammi per centimetro quadro, paradossalmente le stesse sostanze, come i tannini, che a detta degli esperti bevitori rendono pregevole il vino. La messa al bando delle botti per invecchiare il vino sarebbe stato davvero un fatto sensazionale, ma il Ministero l’ha escluso notando che le disposizioni del decreto 21 marzo 1973 e successive modificazioni, riguardanti i materiali destinati a venire in contatto con gli alimenti, “non possono essere applicate al legno che, a tutt’oggi, non è regolamentato da norme specifiche”. Bisogna fare riferimento allora – ha osservato ancora il ministero – al DPR n. 777/1982 il quale prescrive che i materiali destinati a venire in contatto con gli alimenti non devono rendere nocive le sostanze alimentari e devono essere tali “da non modificare sfavorevolmente le proprietà organolettiche degli alimenti”. Poiché non risulta che il vino sia sfavorevolmente modificato dal legno, le botti sono salve.
Altri imballaggi alimentari un po’ ingannevoli sono quelli “attivi” e quelli “intelligenti”. Se ne è accorta la UE che ha dovuto emanare in fretta e furia il Regolamento CE n. 1935/2004 che ha riscritto la disciplina dei materiali e degli oggetti destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari. Prima questa materia era disciplinata da Direttive, che devono essere recepite dai singoli Stati europei con specifici provvedimenti normativi, ma le Direttive si sono dimostrate troppo lente di fronte all’evoluzione tecnologica degli imballaggi e quindi la UE ha fatto ricorso a un Regolamento, che è direttamente applicabile nei singoli Stati membri senza bisogno di norme di recepimento. Gli imballaggi “attivi” sono quelli che consentono una migliore conservazione degli alimenti attraverso il rilascio di additivi oppure l’assorbimento di componenti indesiderabili, come i perossidi nell’olio d’oliva o le muffe nel pane. Ma il consumatore non sa che c’è questo “aggiustamento” artificiale. Gli imballaggi “intelligenti”, invece, controllano le condizioni del prodotto alimentare imballato, per esempio, indicano in qualche modo il grado di freschezza.