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La crisi si è abbattuta sugli italiani, trainata dalla tempesta che ha travolto le borse e, quindi, il sistema bancario e l'economia. Eppure inattesa, nonostante la evocassero da tempo.

Ma gli italiani si sono adeguati in fretta, come mostra il sondaggio dell'Osservatorio sul capitale sociale di Demos-Coop. La crisi è divenuta un "dato", accettato e condiviso. Base e riferimento di una "Second Life" - vissuta realmente però e non sulla rete. Quattro italiani su dieci sostengono, infatti, che la recessione abbia creato loro nuovi problemi oppure aggravato quelli esistenti.

D'altra parte, i segni della crisi - raccolti dall'Osservatorio Demos-Coop - sono molti. I più evidenti e traumatici riguardano il lavoro e il reddito. Oltre una persona su dieci dichiara che, da un anno a questa parte, qualcuno, nella sua famiglia, ha perso il lavoro oppure è stato messo in CIG. Oltre metà degli intervistati, inoltre, lamenta perdite significative ai propri risparmi e ai propri investimenti.

Ai "costi" della crisi gli italiani hanno reagito modificando i comportamenti di consumo e gli stili di vita. Quasi metà di essi ha rinviato le spese più impegnative per la famiglia: casa, auto, elettrodomestici, arredamento. La stessa quota di persone che dichiara di aver ridotto i consumi domestici. Non solo la spesa per l'abbigliamento, anche quella alimentare.

Gli italiani, quindi, si sono già adeguati alla crisi adottando strategie di consumo selettive e di risparmio preventivo, che investono anzitutto il loro ambiente di vita. La loro casa, la loro famiglia. Anche se, parallelamente, la preoccupazione li spinge a rinchiudersi proprio in casa. Nella loro cerchia domestica. Infatti, molti di essi hanno diradato le uscite con amici e parenti, i pasti all'esterno. Hanno limitato le spese per i viaggi e il turismo. Gli italiani. Hanno limitato il perimetro dei loro movimenti e della loro vita sociale. D'altra parte, la crisi li ha resi più insofferenti e diffidenti. Nei confronti degli "altri" , anzitutto. Solo il 20% - o poco più - pensa che "gran parte della gente è degna di fiducia". Il resto - quasi 8 persone su 10 - teme, invece, di essere fregato. I problemi economici, però, hanno deteriorato il clima delle relazioni personali anche in famiglia, come ammettono 4 intervistati su 10.

Più che dal terrorismo (nonostante il sanguinoso raid di Mumbai) e più che dalla criminalità comune (che sembra non essere più un'emergenza sociale), dunque, gli italiani si sentono spaventati dall'economia. Dalla disoccupazione, come minaccia e come realtà. Dai problemi che incombono sulla condizione familiare. Ma soprattutto dal futuro dei loro figli. Che preoccupa seriamente quasi un italiano su due. D'altra parte, circa 7 persone su 10 pensano che i giovani occuperanno, in prospettiva, una posizione sociale ed economica molto peggiore rispetto ai loro genitori. Due anni fa questa convinzione veniva espressa da una quota di persone molto più limitata, per quanto ampia: il 45%.

In generale si assiste a un collasso emotivo, che influenza direttamente e profondamente le aspettative di mobilità sociale. Al ribasso. La scala della stratificazione sociale costruita in base all'autodefinizione e all'autocollocazione degli italiani rivela, infatti, come nell'ultimo periodo sia avvenuto un sensibile slittamento. Le persone che considerano "bassa" la posizione della propria famiglia erano il 7% due anni fa: ora sono oltre il 15%. Nello stesso tempo è aumentata anche la componente di coloro che definiscono "medio-bassa"la posizione sociale della propria famiglia: dal 21 al 29%. Lo spazio della classe media, di conseguenza, si è ridotto: dal 59 al 48%. Si assiste, quindi, a una discesa sociale "percepita" che riflette il calo dei consumi effettivamente "sperimentato".

I costi reali e psicologici della crisi, tuttavia, non si distribuiscono in modo equilibrato. Alcuni ne sono colpiti in misura più pesante degli altri. Si tratta, soprattutto, di coloro che hanno perso il lavoro o ne sono ai margini. Insieme a una quota, ampia, di persone fuori dal mercato del lavoro. Nel complesso: intorno al 20-25% della popolazione. Se questa crisi rispecchia la competizione globale, loro rappresentano i "perdenti". Sono perlopiù operai o di famiglia operaia - ma anche pensionati. Si collocano, in gran parte, nelle posizioni più basse della scala sociale. Avevano basso potere d'acquisto e di consumo, prima. Oggi l'hanno perduto ulteriormente. Se ne stanno in famiglia più per costrizione che per scelta. Abitano, soprattutto, nel Nordovest metropolitano e nel Mezzogiorno.

Va detto, tuttavia, che questa crisi suscita grande preoccupazione, ma non panico. Gli italiani sembrano essersi adattati presto alla nuova emergenza. Soprattutto quanti (tanti) possono contare sui tradizionali "ammortizzatori" sociali: la famiglia, la casa in proprietà.

Tuttavia, la recessione ha avuto un effetto psicologico importante, in quanto ha spostato il pendolo dell'insicurezza: dalla paura della criminalità comune ai problemi economici, legati al reddito e al lavoro. Ciò potrebbe riflettersi sugli orientamenti politici, creando un clima sfavorevole al centrodestra, che oggi governa. Ma non è detto. Fino ad ora, almeno, questa svolta non si è percepita. Anzi: la preoccupazione economica sembra oscurare la politica. Ritenuta - quasi - impotente, di fronte a quanto avviene. E quindi estranea. Peggio: incolpevole. Innocente.