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Nel corso dello scorso anno e nei primi mesi del 2008, infatti, il costo dei principali prodotti agricoli, in termini reali, ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 30 anni e le previsioni a medio termine suggeriscono che gli stessi siano destinati a rimanere elevati anche nei prossimi anni. Insomma il clima che si respira è quello degli anni '70. Eppure anche in un contesto del genere i redditi degli operatori agricoli non ne hanno beneficiato a causa dei rincari dei mezzi di produzione. Non solo. Restano ancora irrisolti tutta una serie di nodi come il ricorso al credito sempre più elevato, la continua perdita di occupati e la piaga del sommerso che rendono il comparto agricolo sempre più debole. A mettere in evidenza le difficoltà del settore è il Rapporto sullo stato dell'agricoltura italiana 2007-2008 elaborato dall'Istituto nazionale di economia agraria e che Il Tempo è in grado di anticipare. Secondo i tecnici dell'Inea, dunque, anche lo scorso anno non è stato particolarmente brillante.


L'andamento stazionario della produzione ha, infatti, seguito le due annate precedenti chiuse con il segno negativo. A poco è servita la crescita dei prezzi di base riconosciuti agli operatori (+2,6% che diventa +3,3% se espressa in termini di prezzi al produttore). Un dato che ha generato sì un aumento del valore della produzione (+2,5%) insufficiente, però, a far recuperare pienamente il livello del 2004. Risultato: la ricchezza creata dai campi italiani è rimasta ferma al risultato del 2002.


Il fatto che i prezzi siano cresciuti non ha portato giovamento a nessuno. Non ai consumatori ovviamente. Ma nemmeno a chi i prodotti li raccoglie e li vende. Così - segnala il rapporto - il tasso di crescita dei listini che ha superato quello dell'inflazione (+1,9%) ha di fatto annullato la funzione di calmiere che il settore ha tradizionalmente esercitato nei confronti del processo inflattivo.


La buona performance dei prezzi non ha d'altro canto migliorato la redditività del settore, ma solo consentito di attenuare gli effetti dei rincari dei mezzi utilizzati per la produzione (cresciuti del 6,2%). I maggiori guadagni sono serviti insomma a coprire l'impennata dei costi di sementi, mangimi e concimi schizzati all'insù per l'impennata del petrolio.


La fragilità economica si associa poi ai tradizionali fattori di debolezza strutturale - aggiunge il rapporto dell'Istituto nazionale di economia agraria. Al leggero aumento del reddito medio degli agricoltori ha fatto riscontro un ulteriore calo degli investimenti fissi lordi (-1,1%) e un sensibile aumento del ricorso al credito (+5,6%) il cui peso sulla produzione agricola è cresciuto rispetto al 2006 attestandosi al 74%.
Non solo. L'invito rivolto alle giovani generazioni dall'attuale ministro delle politiche agricole, Luca Zaia, a pensare anche all'agricoltura moderna come una professione vera è confutato dal fatto che i campi italiani continuano a perdere occupazione. Nel 2007 in particolare il calo di lavoratori è stato del 2,9%.


Un dato che testimonia il progressivo invecchiamento e il mancato ricambio generazionale nelle aziende italiane ma che è anche il risultato dei processi di riorganizzazione in atto nel comparto. E che tra il 2000 e il 2005 si è concretizzato in un aumento della dimensione media a disposizione di ogni agricoltore da 6 a 7,4 ettari.
Il Rapporto ricorda anche la piaga del lavoro irregolare che presente in ogni settore produttivo fa da padrone in quello agricolo. Il valore creato grazie al sommerso è infatti pari al 31,4% di quello complessivo. Mentre i lavoratori irregolari toccano punte da record rispetto agli altri settori. Il 22,7% nel 2006 contro il 5,7% nell'industria e il 13,7% nei servizi.