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 Per il risarcimento del danno esistenziale non è sufficiente la semplice prova della dequalificazione, dell’isolamento, dell’inoperosità forzata, dell’assegnazione a mansioni diverse o inferiori; tali elementi integrano un inadempimento del datore di lavoro, ma le conseguenze negative nella sfera del lavoratore, in relazione al suo equilibrio ed alle sue abitudini di vita, devono essere provate. Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza 28837/15. 

Un lavoratore adiva l’Autorità Giudiziaria competente al fine di ottenere il risarcimento dei danni derivatigli da condotte di mobbing sul posto di lavoro. Il giudice di prime cure accoglieva il ricorso, ma la Corte territoriale riformava la decisione, limitatamente all’esclusione dal risarcimento della voce attinente al danno esistenziale. Il lavoratore ricorreva per cassazione, lamentando il mancato riconoscimento del risarcimento per il danno esistenziale subìto. La Suprema Corte ha ribadito il proprio costante orientamento per cui il danno esistenziale trova fondamento nella natura oggettivamente accertabile del pregiudizio «attraverso la prova di scelte di vita diverse da quelle che si sarebbero adottate se non si fosse verificato l’evento dannoso». 

Gli Ermellini hanno precisato che la valutazione del suddetto danno è connessa all’allegazione da parte dell’interessato sull’oggetto e sul modo di operare del pregiudizio; non si può, ha chiarito la Corte di legittimità, sopperire alla mancanza di allegazione attraverso il ricorso a formule standardizzate. Il danno esistenziale è legato in modo indissolubile alla persona e non può essere determinato sulla base del sistema tabellare, utilizzato in materia di danno biologico. Ai fini della definizione del danno esistenziale sono necessarie indicazioni che, secondo gli Ermellini, possono essere fornite esclusivamente dal danneggiato, attraverso l’allegazione di circostanze idonee a provare l’alterazione delle sue abitudini di vita.

La Suprema Corte ha evidenziato che non è sufficiente la mera prova della dequalificazione, dell’isolamento, dell’inoperosità forzata, dell’assegnazione a mansioni diverse o inferiori; tali elementi integrano un inadempimento del datore di lavoro, ma le conseguenze negative nella sfera del lavoratore, in relazione al suo equilibrio ed alle sue abitudini di vita, devono essere provate. La Corte di legittimità ha, infine, ribadito quanto affermato dalla Corte Costituzionale, con la sentenza n. 378/1994, ovvero che «è sempre necessaria la prova ulteriore dell’entità del danno, ossia la dimostrazione che la lesione ha prodotto una perdita di tipo analogo a quello indicato dall’art. 1223 c.c., costituita dalla diminuzione o privazione di un valore personale (non patrimoniale) alla quale il risarcimento deve essere (equitativamente) commisurato». Per le ragioni sopra esposte, la Corte ha rigettato il ricorso.