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di Annamaria Villafrate

Chi subisce mobbing da un condominio, nella veste di datore di lavoro, ha l'onere di provarlo. A stabilirlo è l'ordinanza n. 25872/2018 della Cassazione, chiamata a pronunciarsi sul ricorso di un portiere a cui in primo grado e in appello è stato negato il ristoro richiesto per aver subito condotte mobbizzanti da parte dell'amministratore e dei vari condomini. Gli Ermellini, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, non hanno giudicato l'operato del secondo giudice in particolare, superficiale. Il giudice d'appello infatti, secondo la Suprema Corte avrebbe vagliato attentamente tutto il materiale probatorio, dal quale però, come chiarito anche nella sentenza impugnata, non sarebbero emersi elementi tali da configurare una condotta mobbizzante tale da giustificare una richiesta risarcitoria per danno biologico, morale ed esistenziale.

Il mobbing costituisce malattia professionale indennizzabile da parte dell’INAIL.

E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20774/2018.

La questione portata all’attenzione dei Giudici riguardava il caso di una erede di un pubblico dipendente che aveva agito in giudizio al fine di veder riconosciuta la natura professionale della malattia del de cuius, causata dalla condotta vessatoria posta in essere dall’ente pubblico di cui egli era stato dipendente.

di Lucia Izzo

Le condotte "mobbizzanti" del datore di lavoro nei confronti del dipendente rischiano di costare una condanna per "lesioni personali": nella nozione di cui all'art. 590 c.p. devono ritenersi comprese anche le patologie psichiche documentate dal dipendente e provocate dalla condotta del superiore.

di Valeria Zeppilli

Il danno psichico subito dal lavoratore in conseguenza della condotta mobbizzante posta in essere nei suoi confronti dal datore di lavoro va ricondotto alla malattia indennizzabile dall'Inail: a sancirlo è la Corte di cassazione che si è occupata della problematica nella sentenza numero 20774/2018.

No al risarcimento per mobbing se non è dimostrato un fine persecutorio o discriminatorio. Questo il principio che si ricava dalla recente sentenza n. 4/2018 del Tribunale di Ascoli Piceno (Dott. Andrea Pulini) che ha rigettato la richiesta di un dipendente che aveva convenuto in giudizio il proprio datore di lavoro domandando il risarcimento dei danni non patrimoniali subiti a causa di mobbing.

di Lucia Izzo

Va riconosciuto al dipendente il risarcimento, a titolo di straining, a causa delle azioni ostili o discriminatorie poste in essere dal datore di lavoro anche se sporadiche in quanto lo straining rappresenta una forma di attenuata di mobbing che non richiede il requisito della continuità.

L'ampia tutela è stata ribadita dalla Corte di Cassazione, sezione lavoro, nell'ordinanza n. 3977/2018  con cui è stato respinto il ricorso del Ministero dell'Istruzione.

di Valeria Zeppilli

Perché possa dirsi integrata una fattispecie di mobbing, è necessario accertare che gli episodi denunciati dal lavoratore travalichino la normale conflittualità presente in ogni ambito lavorativo.

Il principio si evince dalla sentenza numero 1381/2018 della sezione lavoro della Corte di cassazione (qui sotto allegata), che ha confermato la decisione del giudice del merito di escludere la sussistenza del mobbing in difetto del superamento del predetto limite.