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di Lucia Izzo

Le condotte "mobbizzanti" del datore di lavoro nei confronti del dipendente rischiano di costare una condanna per "lesioni personali": nella nozione di cui all'art. 590 c.p. devono ritenersi comprese anche le patologie psichiche documentate dal dipendente e provocate dalla condotta del superiore.

di Valeria Zeppilli

Il danno psichico subito dal lavoratore in conseguenza della condotta mobbizzante posta in essere nei suoi confronti dal datore di lavoro va ricondotto alla malattia indennizzabile dall'Inail: a sancirlo è la Corte di cassazione che si è occupata della problematica nella sentenza numero 20774/2018.

No al risarcimento per mobbing se non è dimostrato un fine persecutorio o discriminatorio. Questo il principio che si ricava dalla recente sentenza n. 4/2018 del Tribunale di Ascoli Piceno (Dott. Andrea Pulini) che ha rigettato la richiesta di un dipendente che aveva convenuto in giudizio il proprio datore di lavoro domandando il risarcimento dei danni non patrimoniali subiti a causa di mobbing.

di Lucia Izzo

Va riconosciuto al dipendente il risarcimento, a titolo di straining, a causa delle azioni ostili o discriminatorie poste in essere dal datore di lavoro anche se sporadiche in quanto lo straining rappresenta una forma di attenuata di mobbing che non richiede il requisito della continuità.

L'ampia tutela è stata ribadita dalla Corte di Cassazione, sezione lavoro, nell'ordinanza n. 3977/2018  con cui è stato respinto il ricorso del Ministero dell'Istruzione.

di Valeria Zeppilli

Perché possa dirsi integrata una fattispecie di mobbing, è necessario accertare che gli episodi denunciati dal lavoratore travalichino la normale conflittualità presente in ogni ambito lavorativo.

Il principio si evince dalla sentenza numero 1381/2018 della sezione lavoro della Corte di cassazione (qui sotto allegata), che ha confermato la decisione del giudice del merito di escludere la sussistenza del mobbing in difetto del superamento del predetto limite.

di Valeria Zeppilli

Anche l'esercizio abusivo del potere disciplinare da parte del datore di lavoro, posto in essere con il fine di estromettere il dipendente dell'azienda, è un comportamento che può contribuire a realizzare un'ipotesi di mobbing.

Ad averlo recentemente affermato è stata la Corte di cassazione nella sentenza numero 30606/2017,  che ha rigettato il ricorso presentato da un datore di lavoro rispetto alla sentenza della Corte d'appello che lo aveva condannato, anche per tale ragione, a risarcire i danni da mobbing al proprio dipendente.

di Valeria Zeppilli

Anche irrogare a un dipendente delle sanzioni disciplinari illegittime è un comportamento che può integrare una fattispecie di mobbing.

Lo si evince dall'ordinanza numero 23041/2017 del 3 ottobre (qui sotto allegata), con la quale la Corte di cassazione ha confermato la decisione della Corte d'appello di L'Aquila di ratificare quanto deciso dal Tribunale di Teramo in una causa vertente tra un medico veterinario e l'istituto presso il quale lavorava, ovverosia la dichiarazione di illegittimità di cinque provvedimenti disciplinari irrogati al medico, oltre al rigetto della domanda di inquadramento nella qualifica di dirigente medico veterinario e alla condanna dell'istituto a risarcire il sanitario del danno differenziale derivante dalla condotta vessatoria posta in essere nei suoi confronti.