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di Valeria Zeppilli

Anche irrogare a un dipendente delle sanzioni disciplinari illegittime è un comportamento che può integrare una fattispecie di mobbing.

Lo si evince dall'ordinanza numero 23041/2017 del 3 ottobre (qui sotto allegata), con la quale la Corte di cassazione ha confermato la decisione della Corte d'appello di L'Aquila di ratificare quanto deciso dal Tribunale di Teramo in una causa vertente tra un medico veterinario e l'istituto presso il quale lavorava, ovverosia la dichiarazione di illegittimità di cinque provvedimenti disciplinari irrogati al medico, oltre al rigetto della domanda di inquadramento nella qualifica di dirigente medico veterinario e alla condanna dell'istituto a risarcire il sanitario del danno differenziale derivante dalla condotta vessatoria posta in essere nei suoi confronti.

di Marina Crisafi

Indurre l'inquilino a liberare l'immobile, mettendolo sotto stress continuo tramite una serie di azioni giudiziarie, può configurare "mobbing immobiliare". È questo quanto si ricava dalla sentenza n. 5044/2017, depositata oggi dalla Cassazione, che ha accolto parzialmente il ricorso di un conduttore, contro le conclusioni del sostituto procuratore generale.

 Per il risarcimento del danno esistenziale non è sufficiente la semplice prova della dequalificazione, dell’isolamento, dell’inoperosità forzata, dell’assegnazione a mansioni diverse o inferiori; tali elementi integrano un inadempimento del datore di lavoro, ma le conseguenze negative nella sfera del lavoratore, in relazione al suo equilibrio ed alle sue abitudini di vita, devono essere provate. Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza 28837/15. 

 Il lavoratore che denuncia il proprio datore di lavoro o i colleghi per mobbing può ottenere il risarcimento del danno soltanto se fornisce la prova certa dell’intento persecutorio che lega le varie condotte vessatorie subite. Secondo il sito d'informazione e consulenza legale 'La legge è uguale per tutti', in base a una recente sentenza della Cassazione, è necessaria anche la prova che tutti i vari atteggiamenti, come demansionamento, rimproveri, eccessivo carico di lavoro, mancato riconoscimento di ferie, "siano tra loro uniti dallo stesso filo conduttore".

 di Valeria Zeppilli

Se il dipendente lamenta di essere caricato di una mole ingente di lavoro e di essere sottoposto a richieste ingiustificate dal datore, come il rifiuto di ferie e lo straordinario non dovuto, non per ciò solo può ritenersi integrata un'ipotesi di mobbing. Soprattutto se il lavoro è divenuto "troppo" per l'inadempienza del lavoratore stesso.

Proprio per tale ragione la Corte di cassazione, con la sentenza numero 2116/2016 depositata il 3 febbraio (qui sotto allegata), ha respinto il ricorso di un portalettere che chiedeva di essere risarcito del danno da mobbing, a seguito dei presunti atteggiamenti persecutori posti in essere dal datore di lavoro nei suoi confronti. 

 Per il risarcimento del danno esistenziale non è sufficiente la semplice prova della dequalificazione, dell’isolamento, dell’inoperosità forzata, dell’assegnazione a mansioni diverse o inferiori; tali elementi integrano un inadempimento del datore di lavoro, ma le conseguenze negative nella sfera del lavoratore, in relazione al suo equilibrio ed alle sue abitudini di vita, devono essere provate. Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza 28837/15.

 E' deprecabile la condotta tenuta dal primario del reparto, caratterizzata da atteggiamenti minacciosi nei confronti del personale. Ma si tratta di un semplice clima di tensione, provocato anche dal fatto che i due medici ambivano alla stessa posizione di primario. 

Reparto carico di tensione. Discutibili i comportamenti tenuti dal ‘primario’, solito prendere di mira, con “atteggiamenti minacciosi”, il personale medico. Nonostante tutto, però, è impossibile sostenere la tesi del mobbing. Molto più logico parlare di conflitto tra due medici che aspiravano alla stessa posizione di vertice (Cassazione, sentenza 18039/15).