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La “tintarella” può provocare effetti benefici, come la formazione della vitamina D utile per le ossa, oppure può migliorare alcuni quadri morbosi cutanei e non cutanei, ma spesso –avverte l’Unione Nazionale Consumatori- comporta effetti dannosi più o meno immediati,  cosicchè i reparti dermatologici degli ospedali si sono già attrezzati per assistere la consueta schiera estiva di pazienti amanti della tintarella e vittime del “fai da te” nell’abbronzatura. Oltre agli ustionati, specialmente albini o biondi, che si espongono al sole senza usare filtri solari, la maggior parte di coloro che ricorrono alle cure dermatologiche si sono cosparsi la pelle con un “cocktail” di abbronzanti, miscelati a casaccio con l’aggiunta di alcol, olio di ricino o altre sostanze irritanti. Lo scopo è sempre quello di affrettare l’abbronzatura, ma l’effetto è talvolta disastroso, con ustioni addirittura di secondo grado. Altri vanno in ospedale per il cosiddetto fenomeno di “fotosensibilizzazione”, cioè comparsa di vistose macchie cutanee accompagnate da diversi e più gravi sintomi: succede quando ci si cosparge di oli, creme o latti solari dopo aver preso determinati medicinali che liberano sostanze chimiche reagenti con quelle degli abbronzanti e con gli stessi raggi ultravioletti, oppure la causa può essere la reazione con le tracce di metalli che il sudore estrae dai monili. Tra i pazienti che bussano al pronto soccorso vi sono anche quelli che hanno usato specchi o lastre argentate per riflettere e moltiplicare l’effetto dei raggi ultravioletti: quasi sempre si tratta di ustionati al volto e al collo. Vi sono poi i naturalisti che si sono cosparsi di olio d’oliva (non è proprio indicato per proteggersi dai raggi solari) e i non naturalisti che hanno fatto ricorso alle lampade abbronzanti.
Inoltre, vi sono certe pratiche “paesane” che, stranamente, ancora sono diffuse soprattutto nel centro-sud e infoltiscono ogni anno il numero dei ricoverati. Si tratta di coloro che usano impacchi di foglie o bucce di fico bollite in acqua per accelerare l’abbronzatura, procurandosi ustioni e dolorosi spellamenti dopo l’esposizione al sole, in quanto questi vegetali contengono sostanze fortemente irritanti; lo stesso latte emesso dal fico, che è un’emulsione di acqua e idrocarburi insaturi, può dare lesioni gravi agli occhi. Infine, ci sono i patiti della vitamina A, presa in dosi massicce sia in pillole sia con copiosi frullati di carote per favorire l’abbronzatura, che invece della normale tintarella bruna ne ottengono una rosa, insieme a macchie e dermatiti o, peggio, intossicazioni.
Tra gli effetti non immediati degli eccessi di tintarella vi è invece il fotoinvecchiamento. Con questo termine si indica il complesso delle alterazioni cutanee indotte dall’esposizione solare cronica e prolungata che si sommano alle modificazioni proprie dell’invecchiamento biologico: le manifestazioni sono rughe fini, chiazze di colorito giallastro e macchie senili. In altre parole, con il progredire dell’età i soggetti che tutti gli anni si sono esposti molto al sole appaiono più vecchi in quanto tutte le strutture costituenti la cute vengono alterate in modo qualitativamente e quantitativamente differente rispetto a quanto avviene nel fisiologico invecchiamento cutaneo.
Un ulteriore rischio è la fotocarcinogenesi, essendo ormai assodato il ruolo svolto dalla radiazione solare nella insorgenza dei tumori cutanei (epiteliomi). Più frequentemente sono aggrediti da tali tipi di tumori i soggetti di pelle chiara e quelli che si espongono al sole per lungo tempo per motivi professionali, come i marinai e i contadini, mentre la frequenza è nettamente più bassa nelle popolazioni a pelle scura.
 
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