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L’acqua si dovrebbe pagare per quanta se ne consuma, ma non è proprio così. C’è una tariffa “base”, che vale per un consumo determinato dal contratto, superato il quale scatta una tariffa maggiorata, ancora più alta man mano che il consumo è più alto. Poi c’è il nolo contatore, la tariffa di fognatura e quella di depurazione, più l’IVA al 10%. Fin qui sembra tutto semplice e chiaro, ma la tariffa finale è una babele, varia anche del triplo da zona a zona. E’ un guazzabuglio intricato che dura da oltre mezzo secolo, ovvero da quando la tariffa era di competenza del defunto Comitato interministeriale prezzi (CIP) e degli altrettanto defunti Comitati provinciali prezzi (CPP). Una lamentela perenne dei consumatori è la fatturazione di un consumo minimo dell’acqua. Le aziende acquedottistiche mandano bollette addebitando comunque un consumo minimo che va, secondo le zone, da 40 o addirittura fino a 200 metri cubi annui, indipendentemente dal fatto che sia stata consumata tale quantità di acqua e anche se l’utente non ha consumato nemmeno un litro. Chiaramente, la lamentela viene soprattutto da chi possiede residenze secondarie abitate per poco tempo l’anno o da utenti che vivono soli e consumano poca acqua, ma ora il quantitativo minimo non dovrebbe essere fatturato, perché il CIPE (Comitato interministeriale programmazione economica), che da un po’ di tempo ha competenza sulle tariffe dell’acqua), l’ha sostituito con la possibilità di un aumento del nolo contatore.

Un’altra complicazione è che nei palazzi condominiali l’acqua viene pagata per tutti dall’amministratore in base a criteri che sono spesso fonte di liti. Infatti, fanno riferimento ora alla superficie dell’appartamento, ora al numero dei componenti familiari, ora in parti uguali oppure, infine, ad un criterio misto. In ogni caso per l’azienda acquedottistica fa fede il contatore centrale perché quelli individuali sono vecchi e inaffidabili.

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