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"L'Italia è un paese vecchio: si vive più a lungo e si fanno meno figli. Tuttavia, la società italiana sta invecchiando non solo per motivi demografici, ma anche perché il sistema di potere lascia poco spazio alle nuove generazioni. I meccanismi di formazione e di selezione delle e'lite sono infatti caratterizzati da una bassa capacità di ricambio e da una pronunciata longevità grazie alla pervicacia con la quale la classe dirigente nostrana difende le posizioni acquisite". Lo afferma una ricerca del Cnel, in collaborazione con Unicredit Group, presentata oggi a Roma, con il titolo 'Urg! Urge ricambio generazionale'. L'indagine ha preso in considerazione quattro ambiti, ovvero il mercato del lavoro, la politica, l'università, le libere professioni.
Per quanto riguarda il mercato del lavoro la ricerca sottolinea anzitutto che il fatto che "stando ai dati dell'Istat la trasformazione delle collaborazioni in contratti a tempo indeterminato non è affatto la norma: il 73,1% dei giovani che alla fine del 2006 erano assunti con un contratto di collaborazione, a distanza di un anno erano ancora nella stessa posizione. Il passaggio al lavoro dipendente è diventato realtà solo per un giovane collaboratore su cinque (22,6%); peraltro questo passaggio per circa la metà dei neodipendenti ha significato accontentarsi di un contratto a tempo determinato. In pratica, nell'arco di un anno, solo un collaboratore su dieci è entrato a pieno titolo nel mondo del lavoro standard, ottenendo un contratto a tempo indeterminato".
Insomma, "le carriere si allungano e chi ha un percorso lavorativo molto frammentato ogni volta è costretto a ricominciare dalla base della piramide, rimanendo di fatto escluso dalle posizioni di vertice. Ecco emergere un altro tratto del sistema italiano: l'assunzione di posizioni di rilievo dipende dall'esperienza lavorativa, intesa semplicemente in termini di anzianità aziendale, a prescindere dai livelli di produttività e delle competenze di ciascuno". Non a caso, quindi, secondo la ricerca del Cnel, "considerando le posizioni dirigenziali del lavoro dipendente, si nota che in dieci anni il contributo dei giovani all'interno dei ruoli direttivi passa dal 9,7% al 6,9%, tra i quadri invece dall'17,8% del '97 si scende al 12,3% dello scorso anno. Lo stesso andamento si rileva anche tra i liberi professionisti: in dieci anni diminuiscono anche i giovani imprenditori (dal 22% al 15%) e i giovani impegnati nelle libere professioni passano dal 30% al 22%".
Accanto al precariato, "crescono di circa 200mila unità i giovani inattivi, cioè ragazzi che non lavorano e non cercano lavoro. All'interno di questo grande gruppo (in totale si tratta di sei milioni di persone), oltre agli studenti e alle casalinghe, sono presenti anche persone che hanno già avuto una qualche esperienza lavorativa".
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