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La precarietà del lavoro è un problema che assilla i giovani. Mentre a preoccupare di più gli adulti è la mancanza vera e propria di una occupazione. Questo è quanto emerge dal Rapporto Italia 2009 dell'Eurispes che ha fotografato anche il mercato del lavoro segnalando un tasso di occupazione tra i più bassi in Europa.

In particolare dall'indagine emerge che la precarietà come effetto negativo della flessibilità è considerato dal 26,6% degli italiani tra i problemi più importanti del lavoro in Italia, percentuale superata solamente da chi ha indicato, più in generale, la mancanza di lavoro (il 35,1%). Le generali difficoltà economiche incidono sulla scelta effettuata da chi ha indicato come problematica principale i salari bassi (13,4%), volendo sottolineare il mancato adeguamento degli stipendi al tasso reale dell’inflazione. Non manca chi indica il clientelismo (11,6%) e il fenomeno del lavoro nero (10,2%) come principali problematiche legate al mercato del lavoro.

Ma soprattutto i più giovani tra i 25 e i 34 anni considerano la precarietà come il problema prioritario (33,5%), a fronte del 22,8% di chi ha tra i 34 e i 44 anni, del 26,9% di chi ha tra i 45 e i 64 anni e del 15% di chi ne ha più di 65. Queste classi di età più adulte pongono come prima problematica la mancanza di lavoro, opzione indicata, rispettivamente dal 33%, 37% e dal 51,7%. I più giovani (18-24 anni) invece ripartiscono più uniformemente le loro scelte tra chi indica l’assenza di possibilità lavorative (33,6%) e chi la precarietà (il 32,9%). Il lavoro nero è indicata come problematica fondamentale soprattutto dai 35-44enni (13,5%), le retribuzioni basse preoccupano di più i 25-34enni (18,4%), mentre la presenza del clientelismo nel lavoro è un problema più sentito dai 45-64enni (13,8%).

E se il tasso di occupazione italiano è tra i più bassi in Europa, nel 30,1% dei casi c'è un disoccupato in famiglia e chi fortunatamente non sta a spasso lo deve, nel 20,2% dei casi ad una 'spintarella'. Nel 2007, con il 58,7%, il tasso di occupazione risulta infatti inferiore di 8 punti percentuali rispetto alla media Ue a 15 paesi (67%). Il Mezzogiorno si colloca in una posizione di netto svantaggio rispetto al resto del Paese e all'Europa in generale.

Insomma, flessibilità significa meno lavoro? Per la maggioranza degli italiani la risposta è sì. Il 46,2% di loro, infatti, ritiene che le misure legislative adottate nell'ultimo decennio abbiano peggiorato le possibilità occupazionali dei giovani rendendo il lavoro più incerto. Segue il 22,8% che critica l'abbassamento delle tutele conseguente all'introduzione della flessibilita', mentre il 12,4% considera quest'ultima lo strumento che ha permesso a molti cittadini di uscire dalla disoccupazione e il 6,6% ritiene che le nuove forme contrattuali abbiano favorito l'emersione dal lavoro nero.

Interrogati sulle misure che il Governo dovrebbe adottare in materia di lavoro atipico, la maggioranza dei cittadini (33,3%) considera l'assenza di tutele (sociali e sindacali), che caratterizza la maggior parte dei contratti di lavoro flessibile, l'elemento prioritario da affrontare. Una percentuale considerevole (18%), tuttavia, afferma di non sapere in che direzione dovrebbero andare i nuovi provvedimenti legislativi, seguita dal 15% che individua nel susseguirsi di contratti a termine la prassi da proibire in modo più efficace, e dal 13,9% che ritiene necessaria l'abolizione di tutte le forme di contratto atipico e consentire solo l'assunzione di tipo subordinato. L'11% dei cittadini ritiene che dovrebbero essere abrogati i contratti introdotti con la legge 30/2003. Per il 7% invece il ricorso ai contratti atipici andrebbe favorito.

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