Stampa
Sono incessanti le lamentele dei consumatori per la tassazione dei passi carrabili a raso da parte dei Comuni. In realtà sono cooperative i cui rappresentanti prendono una percentuale su ogni verbale, che poi il povero cittadino deve impugnare davanti al giudice (o Commissione tributaria? Non si sa neanche chi è  competente) perdendo tempo e soldi per una tassa (o canone? Non si sa neanche questo) che non devono pagare, in quanto i passi carrabili a raso sono esentati. La questione è annosa, ma non se ne viene a capo, tutto continua come prima. Il ministero delle Finanze ha più volte escluso la tassabilità dei passi a raso, cioè senza manufatti, tagli di marciapiede, piattaforme in cemento e altre opere che costituiscano una occupazione di suolo pubblico; è del tutto evidente che, se non c’è questa occupazione, non è dovuta alcuna tassa, la quale si chiama, appunto, “tassa di occupazione del suolo pubblico”. Infatti, l’articolo 44 del decreto legislativo n. 507/1993 definisce i passi carrabili “quei manufatti costituiti generalmente da listoni di pietra o altro materiale o da appositi intervalli lasciati nei marciapiedi o, comunque, da una modifica del piano stradale intesa a facilitare l’accesso dei veicoli alla proprietà privata”. Se non c’è alcuna di queste opere, la tassazione degli accessi a raso comporterebbe l’assoggettamento ad un onere tributario del diritto di accesso alla proprietà privata, che dal punto di vista giuridico è una follia.
Senonché i Comuni hanno pensato di aggirare l’ostacolo con l’articolo 22 del Codice della strada, il quale ha stabilito che “i passi carrabili devono essere individuati con l’apposito segnale, previa autorizzazione dell’ente proprietario” della strada, che è quasi sempre il Comune. L’articolo 46 del regolamento del Codice della strada (DPR n. 495/1992) aveva pure ribadito che il “passo carrabile deve essere segnalato mediante l’apposito segnale”, cioè il cartello di divieto di sosta, per il quale si deve pagare un canone annuo. Tali norme sono apparentemente in contrasto con la non tassabilità dei passi a raso, ma in realtà per passo carrabile si intende sempre quello definito dal decreto legislativo n. 507/1993, ovvero con manufatti o interruzione del marciapiede. I passi a raso continuano ad essere esclusi sia dalla tassa sia dal segnale a pagamento, tanto è vero che l'articolo 36 del DPR n. 610/1996 ha successivamente modificato la norma del regolamento del Codice della strada, stabilendo che nei passi a raso il divieto di sosta e il relativo cartello sono subordinati alla richiesta del proprietario.
Per aggirare ulteriormente anche questa norma, alcuni Comuni hanno pensato a una furbata, sguinzagliando i Vigili urbani che fanno firmare ai proprietari dei passi a raso una “richiesta di regolarizzazione” del passo che praticamente è una semplice richiesta del cartello di divieto di sosta, dietro pagamento del relativo canone. Presso a poco è un imbroglio fatto da una autorità pubblica, dal momento che il proprietario del passo a raso non sa e tanto meno non viene informato che potrebbe rifiutarsi di firmare la “richiesta di regolarizzazione”.
Joomla SEF URLs by Artio