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Le varie proposte di legge presentate per regolare l’erboristeria sono scese nel dimenticatoio. Non se ne è saputo più niente, sono almeno 30 anni che vengono presentate in Parlamento, poi ristagnano e decadono regolarmente con la fine delle varie legislature.

Qualcuno non ci crederà, ma per ora la situazione normativa è ferma a una legge del 1931 che prevede un diploma di erborista (non universitario) per chi intende raccogliere, coltivare e preparare (non vendere) le piante medicinali, dette “officinali”; la vendita al pubblico è invece riservata ai farmacisti, ma il fatto è che non esiste un elenco legislativo delle sole piante medicinali. C’è un regio decreto del 1932 che elenca e mischia 57 tipi di piante da considerarsi “medicinali, aromatiche e da profumo”, mentre l’Informatore Farmaceutico contiene un elenco di circa 250 piante considerate “medicinali”, ma ovviamente non è un elenco normativo. In questa confusione le erboristerie vendono anche piante medicinali, che però non possono vantare proprietà terapeutiche in base a un decreto del ministro della Sanità del 6 ottobre 1993, tranne specifica autorizzazione.

Ad aumentare la confusione c’è la sentenza della Corte di cassazione n. 1597/1993 che ha interpretato in senso restrittivo il decreto legislativo n. 178/1991, stabilendo il divieto non solo della pubblicità e dell’etichettatura di erbe diretta a vantare una qualsiasi proprietà curativa o profilattica, ma perfino il divieto della presentazione da parte dell’erborista o del farmacista come prodotti validi per una qualsiasi azione medicamentosa; il decreto legislativo prevede sanzioni terribili che arrivano fino all’arresto. Alla base c’è il concetto semplificato che i prodotti di erboristeria non sono medicinali e, pertanto, nel venderli, l’erborista o il farmacista devono stare praticamente zitti e togliere dalla vetrina cartellini come “contro la tosse”, “nei casi di stipsi”, “per la cura dell’artrosi”, eccetera.

In verità non manca la ciarlataneria nell’incensamento di erbe vendute a carissimo prezzo, né i consumatori sanno che, dopo un certo tempo, esse perdono anche le eventuali proprietà curative, per cui bisognerebbe sapere quando sono state preparate.

C’è ancora un’altra complicazione. Il testo unificato delle proposte di legge che era in discussione nella precedente legislatura conteneva due tabelle: la “A”, con l’elenco delle erbe vendibili solo in farmacia, la “B” con quelle vendibili anche dall’erborista, senza tenere conto che ci sono erbe che possono far male. Per esempio, l’uso di pillole dimagranti contenenti un’erba cinese, l’Aristolochia fangchi, provoca insufficienze renali e tumori. Gravi problemi renali sono stati rilevati anche in pazienti che hanno assunto una miscela di erbe, composta da Stephania tetranda e Mangolia officinalis. In sostanza, i prodotti a base di erbe non sono innocui solo perché sono “naturali”. Basti pensare che molti farmaci in commercio contengono sostanze vegetali. Inoltre, i prodotti a base di erbe possono interagire con i farmaci assunti dal paziente.

Un articolo sul numero di Lancet dell’8 gennaio 2000 elenca una lunga serie di interazioni tra prodotti erboristici e farmaci (solo per citare i più comuni, i lassativi vegetali possono ridurre l’efficacia di qualsiasi farmaco assorbito a livello intestinale, gli anticoagulanti perdono efficacia in caso di assunzione di ginko biloba, papaya o aglio, la liquirizia aumenta l’effetto dei corticosteroidi); quindi è necessario che il ricorso a prodotti a base di erbe con effetti terapeutici sia effettuato sotto il controllo del medico e/o del farmacista.

Ora, nella tabella B che era allegata al disegno di legge italiano (erbe che possono essere vendute dall’erborista) sono presenti la Magnolia officinalis, la Gingko biloba, l’Iperico, che riduce l’attività farmacologica dei medicinali anti-Aids e dei contraccettivi, nonché altre erbe contenenti i principi attivi di molti medicinali come lassativi, epatoprotettori, diuretici, sedativi, antitosse, stimolanti delle difese immunitarie, eccetera. Forse è per queste complicazioni che il disegno di legge si è bloccato.

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