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“Benessere animale”, “Fresco di allevamento”, “Genuino”, “100% naturale”. Sempre più prodotti di origine animale riportano indicazioni di questo tipo. Ma ci si può davvero fidare? CIWF e Legambiente si dicono preoccupate del fatto che indicazioni di questo tipo possono trarre in inganno i consumatori.Le due associazioni lanciano una petizione al Ministro delle politiche agricole, Gian Marco Centinaio, e della Salute, Giulia Grillo, per avviare al più presto un processo per la definizione di un’etichettatura volontaria secondo il metodo di allevamento che garantisca ai consumatori la possibilità di fare acquisti consapevoli.

 

Il claim “benessere animale”, in particolare, non dà nessuna informazione sul metodo di allevamento. Sapere se un animale è stato allevato in gabbia, in capannoni al chiuso o all’aperto è invece fondamentale, anche per capire il reale potenziale di benessere in cui è stato allevato un animale. A meno che non sia accompagnato da specifiche informazioni, il claim benessere animale può essere riferito indifferentemente a un animale allevato in gabbia, al chiuso o all’aperto. In altri termini, il claim “benessere animale” può essere applicato anche a prodotti provenienti da allevamenti intensivi rendendoli indistinguibili, ad esempio, dai prodotti provenienti da allevamenti all’aperto.

Rendendo non riconoscibili i prodotti provenienti da allevamenti all’aperto o, più in generale, da quelli più rispettosi del benessere animale, si penalizzano tutti quegli allevatori che lavorano per dare una vita migliore agli animali, rispettando l’ambiente e la salute delle persone. Le etichette sul benessere animale rischiano così di livellare verso il basso quella qualità del made in Italy che tanto si sponsorizza, soprattutto all’estero.

“Abbiamo deciso”, dichiarano Annamaria Pisapia, Direttrice di CIWF Italia Onlus e Antonino Morabito, Responsabile Benessere animale di Legambiente, “di lanciare una petizione per chiedere ai ministri della Salute e dell’Agricoltura di rimediare al più presto a questa situazione, che produce un grave danno sia ai consumatori che anche agli allevatori medio-piccoli più virtuosi”.

“Per fare chiarezza, chiediamo che venga introdotta a livello nazionale un’etichettatura volontaria che indichi il metodo di allevamento. “Non può esistere benessere animale negli allevamenti intensivi”, proseguono, “sistemi crudeli in cui gli animali vengono privati delle più elementari libertà – a cominciare da quella fondamentale di esprimere i propri comportamenti naturali. Eppure circolano già in Italia etichette con claim “benessere animale” su prodotti da allevamenti intensivi, basate su certificazioni che non tengono in conto il metodo di allevamento. Ciò rappresenta una china pericolosa, volta a mantenere la zootecnia intensiva nascosta agli occhi dei consumatori italiani, sempre più attenti alle condizioni di vita, seppur breve, degli animali allevati a scopo alimentare”.