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Con il Coronavirus gli italiani fanno scorte di cibo. Aumentare la vendita dei beni alimentari salita del +9,9% ta GdO e piccoli negozi

Elena Leoparco

L’epidemia del Coronavirus fa impennare gli acquisti di generi alimentari nella grande distribuzione. Secondo i dati diffusi dall’Istat, a febbraio gli italiani hanno fatto scorte di cibo determinando un aumento significativo a livello tendenziale delle vendite per la grande distribuzione, in crescita dell’8,4%.

 

Scorte di cibo, i dati Istat

La crescita di maggiore intensità in questo segmento è la vendita dei beni alimentari salita del +9,9% rispetto a un anno prima. Quanto invece alle imprese operanti su piccole dimensioni il valore delle vendite è aumentato del 3,3%.

Rispetto a febbraio 2019, le vendite al di fuori dei negozi calano dello 0,1% mentre è in crescita sostenuta il commercio elettronico (+15,3%).

Per quanto riguarda invece la grande distribuzione, a febbraio scorso si sono avuti aumenti tendenziali del 9,9% delle vendite nei supermercati, del 9,6% di quelle nei discount alimentari e dell’8,7% negli ipermercati.

Famiglie, corsa alle scorte di cibo

I dati dell’Istituto nazionale di statistica sembrano confermati dall’analisi condotta da Coldiretti, secondo la quale, in quasi 4 case su 10, gli italiani hanno accaparrato scorte di cibo e bevande per il timore di non trovali più disponibili sugli scaffali a causa della pandemia Coronavirus.

Si tratta di una tendenza che – sottolinea la Coldiretti – con l’avanzare della pandemia si amplifica a marzo con aumenti delle vendite degli alimentari che nel dettaglio tradizionale aumentano addirittura del 19% mentre le consegne a domicilio sono esplose con un balzo del 90%.

La spesa, occasione per uscire

Nonostante l’emergenza Coronavirus e gli inviti a restare a casa quasi, 1 italiano su 3 (30%) non resiste nemmeno 72 ore prima di dover uscire per fare la spesa in negozi, supermercati e alimentari. Il risultato è che nelle dispense sono stati accumulati soprattutto nell’ordine, pasta, riso e cereali (26%), poi latte, formaggi, frutta e verdura (17%), quindi prodotti in scatola (15%), carne e pesce (14%), salumi e insaccati (7%) e vino e birra (5%).

Un comportamento pericoloso per la salute, per l’attesa nelle lunghe file, ma che favorisce le speculazioni dal campo alla tavola e anche gli sprechi di cibo in un momento delicato per le forniture alimentari del Paese.

Aumento della domanda e pressione per le aziende

Una situazione che mette sotto pressione il lavoro di oltre tre milioni di italiani ai quali è stato richiesto di continuare ad operare nella filiera alimentare, dalle campagne all’industrie fino ai trasporti, ai negozi e ai supermercati, per garantire continuità alle forniture di cibo e bevande alla popolazione.

L’aumento esponenziale della domanda – sottolinea la Coldiretti – ha mandato in tilt il sistema di consegne a domicilio della grande distribuzione con un allungamento dei tempi e difficoltà per i cittadini con maggiori problemi ad uscire da casa. Una esigenza che è stata colta dalle aziende agricole che hanno avviato appositamente la fornitura dei prodotti agricoli direttamente alle famiglie, senza intermediazioni.