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È domenica, è giorno di festa, i negozi sono chiusi. Torneranno le saracinesche abbassate nei giorni festivi per i consumatori ormai abituati alle aperture sempre o quasi e in alcuni casi h24? Il dibattito è ripartito, perché una proposta di legge in Parlamento presentata dal penta stellato Davide Crippa, sottosegretario allo Sviluppo economico, prevede la fine della liberalizzazione degli orari dei negozi e il ritorno a una serie di vincoli per le aperture festive e domenicali.

 

La proposta prevede in sintesi l’apertura per ogni Comune di non più del 25% di negozi per settore merceologico; un tetto massimo di 12 aperture festive per ogni negozi, la turnazione stabilita a livello comunale, il ritorno della competenza legislativa e regolamentare alle regioni e agli enti locali. E liberalizzazione completa solo per i Comuni turistici. Sarebbe coinvolto anche il mondo online perché, come spiega La Repubblica,  “anche lo shopping online verrà regolamentato, consentendo sì l’acquisto nei giorni festivi, ma spostando la lavorazione dell’ordine (se effettuata in Italia) nei successivi giorni feriali”. Paletti insomma anche per l’e-commerce, aggiunge il Sole 24 Ore: “nei giorni festivi il cliente potrà collegarsi ai siti ed effettuare l’ordine, «ma l’attività commerciale che si svolge in Italia non sarà esercitata in alcune delle sue fasi»”.

Il commercio elettronico rappresenta uno degli aspetti che sembrano più critici. Come contemperare le nuove previsioni con l’online, che è attivo a tutte le ore, e con i giganti dell’ecommerce mondiale?  Il Salvagente riporta le parole di Roberto Liscia, presidente di Netcomm, il consorzio del commercio elettronico italiano: “Impensabile una legge simile – dice Liscia al Salvagente online – Il mercato dell’e-commerce è mondiale e non è localizzato come se fosse una rete di negozi: impensabile bloccare i processi di un singolo paese quando intanto Alibaba o AlixEspress vanno avanti; in questo modo si crea un’asimmetria competitiva in un contesto in cui, peraltro, l’Italia detiene il 4% del mercato e-commerce europeo contro il 70% di Inghilterra, Francia e Germania”. In pratica una legge simile porterebbe al blocco degli ordini nel fine settimana. E i consumatori sarebbero dirottati ad acquistare su imprese online estere.

Tutta la riforma ha comunque riaperto il dibattito. Secondo Federdistribuzione, ad esempio, sono 12 milioni le persone in Italia che comprano di domenica, «fa parte delle abitudini ormai, tornare indietro sarebbe un danno per tutti, in una fase tra l’altro in cui l’e-commerce cresce a doppia cifra e le vendite al dettaglio sono in calo (-0,2% nei primi sei mesi del 2018, secondo Istat)».

Confcommercio è favorevole a una “regolamentazione minima”. “Prendiamo atto dell’intenzione del Governo e del Parlamento di intervenire per regolamentare gli orari dei negozi – ha detto il delegato per le Politiche del commercio di Confcommercio, Enrico Postacchini – Come abbiamo sempre sostenuto, e i fatti ci hanno dato ragione, la deregolamentazione totale degli ultimi anni non ha prodotto particolari effetti sui consumi e sull’occupazione, né ha incrementato la concorrenzialità del settore, peraltro già ampiamente liberalizzato da tempo. Siamo, dunque, disponibili al confronto – conclude Postacchini – per la reintroduzione di una regolamentazione minima a nostro avviso indispensabile per il mantenimento del pluralismo distributivo e come migliore garanzia per lo sviluppo delle imprese di ogni dimensione”.

L’Unione Nazionale Consumatori si sofferma invece sulla richiesta della Coop al Governo di partecipare al tavolo per rivedere la legislazione sulle aperture dei negozi di domenica e nei festivi perché occorre “un nuovo equilibrio tra le esigenze dei consumatori e quelle dei lavoratori”. Ed esprime contrarietà al ritorno alle chiusure festive. “”La tutela dei lavoratori non c’entra nulla con le aperture dei negozi – afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori – Nessuno contesta il sacrosanto diritto del lavoratore al riposo settimanale. Ma lo sfruttamento si combatte con i contratti collettivi, aumentando le tutele, denunciando gli abusi, non chiudendo per legge negozi e fabbriche. Non solo molti esercizi sono senza dipendenti, ma ricordiamo che esiste il part time verticale e che ci sono tanti lavoratori che sono stati felicemente assunti per lavorare nel solo weekend. Insomma, le aperture domenicali non sono sinonimo di sfruttamento, ma di più occupazione! Auspichiamo che attorno al tavolo del Governo ci siano anche i rappresentanti dei consumatori, che sono ben felici delle aperture domenicali”.

La Filcams Cgil (lavoratori commercio, turismo e servizi) che ha richiesto un incontro al Ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico:“Accogliamo con favore che il Parlamento torni ad occuparsi nuovamente del tema delle aperture festive e domenicali nel commercio.” Sostiene il sindacato: “La Filcams Cgil, per parte sua, ha più volte avanzato proposte di modifica al decreto Salva Italia, coinvolgendo le istituzioni e promuovendo iniziative, mobilitazioni e campagne di comunicazione in occasione delle festività, con l’obiettivo di porre un limite alle aperture incontrollate che in questi anni hanno stravolto il settore e la vita delle lavoratrici e dei lavoratori delle aziende del commercio. Si deve escludere la possibilità di aprire in occasione delle festività nazionali, restituendo a questi giorni il valore civile e religioso che è patrimonio della nostra storia e della nostra cultura”.

Proprio su quest’ultima frase si sofferma l’Aduc, per la quale la riforma sarebbe un passo indietro dannoso per tutti, imprenditori e consumatori. In questo caso, l’Aduc contesta il riferimento al patrimonio civile e religioso perché, se questo è quello della religione cattolica, c’è da considerare che ci sono altre fedi e altre religioni che imporrebbero il riposo in giorni diversi dalla domenica. “… la nostra società ha tutte le caratteristiche della multietnicità – scrive l’Aduc –Possiamo discutere a non finire su come e cosa dovrebbe essere il meccanismo di integrazione nel nostro sistema, ma su una cosa non si può non concordare: integrare non significa assimilare, distruggere l’altro (qualunque provenienza esso abbia) nella sua individualità. E quindi, come la mettiamo con il montante numero di individui musulmani che sono presenti nella nostra società, e che sono consumatori a tutti gli effetti? Loro si riposano il venerdì, mentre si vorrebbe che le nostre leggi li obbligassero a farlo di domenica (e le altre feste comandate tutte riferite al calendario gregoriano). C’è qualcosa che non torna sotto diversi aspetti: l’accoglienza dei migranti, la libertà degli individui e – come conseguenza – le libertà economiche”.

Il tema, insomma, rischia di diventare molto più complesso di quanto possa sembrare quando si parla di saracinesche chiuse o abbassate nei festivi. Ci sono diritti da contemperare, aspetti sociali da considerare. E sullo sfondo c’è una società che si è abituata a essere sempre aperta e sempre connessa.