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Nell’era del digital, dei big data, delle intelligenze artificiali, dell’e-commerce, delle smart cities, dove i social media sono divenuti il principale canale di comunicazione della popolazione sembrerebbe che l’Italia sia indietro in tema di sviluppo di nuove tecnologie. A farlo emergere è il rapporto di inCities Consulting secondo il quale il nostro Paese occuperebbe il 21° posto tra i 38 Paesi europei mappati da inCites Consulting nell’Europe 5G Readiness Index in coda ad alcune delle principali economie europee quali Germania, Francia e Regno Unito. 

Pur vantando il quarto posto in tema di infrastrutture e tecnologie, da collegare principalmente all’asta del 5G avvenuta con largo anticipo rispetto agli altri Paesi e ai progetti pilota portati realizzati, l’Italia insomma, non sembra essere ancora pronta per il 5G, ma come si concilia questo dato con l’avanzamento tecnologico del resto dell’Europa?

Uno dei principali responsabili individuati dal rapporto in esame, sarebbe l’esistenza di un ecosistema generale ostile all’innovazione, come a esempio la presenza di norme non aggiornate che di fatto pongono dei paletti allo sviluppo delle nuove tecnologie. Non tutti i paesi sembrano essere pronti a investire adeguatamente nella rete di quinta Generazione al fine di favorire un concreto sviluppo e una fattiva innovazione.

Secondo il rapporto InCities infatti, Finlandia, Svezia e Svizzera occupano i primi tre posti nella classifica dei Paesi UE per lo sviluppo di nuove tecnologie, seguite da Moldova, Ucraina e Bosnia-Erzegovina, fanalino di coda in tema di digitalizzazione.

Quello che emerge dalla ricerca è dunque un divario consistente tra l’Europa occidentale rispetto all’Europa orientale, che pone i Paesi occidentali in media più pronti all’idea del 5G in termini fattivi. Ancora tanto c’è da fare per sviluppare e cosi riuscire a coniugare per tutti i Paesi il sostegno all’innovazione del 5G con le necessità di sicurezza, nell’ambito di regole ben precise.

Proprio in risposta a questa esigenza è stato emanato il decreto legge 22/19 per tenere sotto controllo i rischi di un uso improprio dei dati con una eventuale implicazione sulla sicurezza del Paese. La recente norma introduce infatti l’obbligo di notificare al Governo eventuali scelte d’acquisto di beni o servizi afferenti alla progettazione, realizzazione o gestione delle infrastrutture da parte di soggetti extra UE. Dovremo continuare a vigilare gli aggiornamenti sul tema per vedere se l’innovazione in programma si adeguerà agli standard necessari  e se porterà più rischi o sviluppo.

di Claudia Ciriello