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Secondo la ricerca di Nomisma sull’industria alimentare, solo il 20% delle aziende prevede nel 2020 un incremento del fatturato in Italia e all’estero. Penalizzato il canale Horeca, i cui consumi valgono il 34% del totale food&beverage Italia

Francesca Marras

L’industria alimentare guarda al fine anno con forti preoccupazioni, solo il 20% delle aziende prevede nel 2020 un incremento del fatturato in Italia e all’estero. Una conseguenza, questa, delle dinamiche innescate dal lockdown, tra cui il sostanziale blocco dell’Horeca, i cui consumi valgono il 34% del totale food&beverage Italia, e delle incertezze legate all’evoluzione dell’emergenza sanitaria.

Lo evidenzia il Rapporto L’industria alimentare italiana oltre il Covid-19 – Competitività, impatti socio-economici, prospettive redatto da Nomisma per Centromarca e Ibc, presentato oggi dalla società di ricerche.

 

I dati sull’andamento del giro d’affari confermano la previsione: -9,5% ad aprile (sullo stesso mese 2019), -5,8% a maggio e -1,1% sia a giugno che a luglio.

Industria alimentare, gli effetti del lockdown

La ricerca ha rilevato l’importanza dell’industria di trasformazione alimentare nei primi sette mesi di quest’anno: le vendite al dettaglio di prodotti alimentari (+3,3% rispetto al -17,6% degli altri prodotti nel periodo gennaio-luglio 2019) hanno sostenuto anche l’attività della Grande Distribuzione (+4,4% contro un valore delle vendite complessive nello stesso canale del -4%) e delle piccole superfici (+3,9%).

“Dovrebbe far riflettere che un settore, spesso portato a esempio di eccellenza, sia riuscito a crescere nonostante l’assenza di un reale disegno di politica economica che consentisse alle aziende di irrobustirsi, rinnovarsi e quindi di esprimere pienamente il loro potenziale competitivo – rileva Francesco Mutti, presidente di Centromarca. – Ora gli effetti dell’emergenza coronavirus si aggiungono alle criticità esistenti e diventa improrogabile il varo di un piano pluriennale che consenta al settore di sostenere la crisi e concentrarsi”.

Export, penalizzato il canale Horeca

Anche sul fronte dell’export, i primi sette mesi evidenziano ancora un risultato cumulato positivo per l’alimentare italiano (+3,5%) a fronte di un crollo complessivo di tutte le esportazioni, pari al -14%, sebbene aprile e maggio abbiano registrato cali sensibili (rispettivamente -1 e -12%).

“Le diverse modalità adottate nel mondo, nei tempi e nell’applicazione del lockdown, hanno determinato performance differenti nell’export dei nostri prodotti, penalizzando principalmente quelli venduti nel canale Horeca – sottolinea Denis Pantini, Responsabile Agroalimentare di Nomisma e curatore del Rapporto. – Si spiegano così, per esempio, il -4% nell’export di vino e, all’opposto, il +25% della pasta italiana o il -7,8% dell’export alimentare francese contro il +2,7% di quello spagnolo”.

Industria alimentare, l’impatto  del Covid sugli investimenti

Per quanto riguarda il settore investimenti prevale la prudenza. Infatti fattori come mancanza di liquidità, difficoltà di accesso al credito e congiuntura negativa spingono ora il 38% delle imprese a rimodulare gli investimenti previsti e il 31% a rinviarli. Il rimanente 31% prevede di mantenerli, destinandoli in particolare all’acquisto di impianti e macchinari funzionali al ciclo produttivo (86%), di nuove tecnologie (46%) e a ricerca e sviluppo di nuovi prodotti (39%).

“Per l’industria alimentare la priorità è crescere dimensionalmente senza perdere quelle caratteristiche di eccellenza che fanno la differenza sul piano competitivo – afferma Alessandro d’Este, presidente di Ibc. – Lo conferma il fatto che 49 realtà produttive, con un giro d’affari di superiore ai 350 milioni di euro, sviluppano il 36% del fatturato del settore, il 52% dell’export, il 34% del valore aggiunto e concentrano il 23% degli occupati”.

Attenzione al quadro europeo

“In questa fase sarà altresì importante prestare attenzione a quanto viene deciso a livello europeo. Nuova Pac, Green Deal, politica commerciale internazionale, sono solo alcuni dei grandi dossier in discussione a Bruxelles, dai cui esiti possono dipendere le sorti, o quantomeno lo sviluppo, di molte imprese agroalimentari italiane – sottolinea Paolo De Castro, componente del Comitato Scientifico di Nomisma”.

“A questi – prosegue – va aggiunta la Brexit, i cui ultimi sviluppi in seno al negoziato non sono molto rassicuranti e destano preoccupazione, considerando che si tratta del quarto mercato di export per il nostro food&beverage e che anche nei primi sei mesi di quest’anno siamo cresciuti di oltre il 4% a fronte di un aumento medio dell’intero export alimentare inferiore al 3%”.