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Oltre il 90% dei pensionati, il 91,6%, ritiene di aver perso in questi anni una parte più o meno consistente del proprio potere d’acquisto. Solo il 2,7% crede invece di averlo mantenuto inalterato. È quanto sostiene la ricerca “Sogni e bisogni dei pensionati” realizzata da Fondazione Di Vittorio e Tecnè per lo Spi-Cgil.

In particolare, il 59,1% pensa di aver perso molto del suo potere d’acquisto, il 32,5% di averne perso un po’, mentre il 5,7% non sa rispondere.

La rivalutazione delle pensioni rispetto al costo della vita dovrebbe essere sempre al 100% tranne per quelle più alte per il 41,4% dei pensionati, al 100% solo per quelle più basse per il 25,1%, sempre tutte al 100% per il 23,1%.

 

Ad avviso dell’UNC, tutti i pensionati hanno perso potere d’acquisto, anche quelli che percepiscono una pensione inferiore a 3 volte il trattamento minimo. In questi anni, infatti, i pensionati hanno avuto un’inflazione sempre superiore rispetto a quella ufficiale, talvolta anche doppia, visto che per loro pesano molto di più i prezzi del carrello della spesa e voci come alimentazione e abitazione, rispetto ad altre divisioni di spesa come le comunicazioni, sempre in deflazione. Insomma, i pensionati, specie quelli al minimo, hanno un’inflazione diversa rispetto ad un operaio o alla media degli italiani e, quindi, serve un indice ad hoc per misurarla, altrimenti avranno sempre una perdita del potere d’acquisto. Una richiesta avanzata ufficialmente anche all’Istat.

Secondo il Rapporto, è impellente la richiesta di migliorare il sistema di rivalutazione delle pensioni, misura indicata come urgente dal 41% dei pensionati italiani. Il 30,7% chiede invece che sia prioritario aumentare le pensioni più basse, mentre il 17,5% che si diminuiscano le tasse.

Le tasse sono considerate necessarie ma troppo alte perché c’è chi evade dal 77,5% dei pensionati, necessarie per pagare i servizi dall’11,6%, andrebbero calate, anche tagliando i servizi, per il 10,9%.

Sono 6 milioni i pensionati che, pur tra mille difficoltà, aiutano economicamente le proprie famiglie per una spesa totale di circa 10 miliardi di euro all’anno. Molti di meno sono invece quelli che si fanno aiutare con 14 milioni che non ricevono alcun sostegno economico da parenti stretti, un milione e mezzo che lo riceve sporadicamente e solo 300mila che invece lo ricevono costantemente.

Sono 3 milioni i pensionati che hanno in famiglia e a proprio carico una persona non autosufficiente. Il 92% ritiene che le risposte fornite dal sistema pubblico al tema della non autosufficienza non siano assolutamente adeguate. L’84% pensa inoltre che di questo debba farsi carico la fiscalità generale. L’80% ritiene inoltre che la risposta da dare ai bisogni assistenziali e sanitari di una persona non autosufficiente debba consistere in un mix di trasferimenti monetari e di servizi, il 14% in servizi qualificati e diffusi e il 2,5% solo in trasferimenti monetari.

Tra le proposte del sindacato, la richiesta al Governo di rivalutare le pensioni, di dare la 14esima a chi ne ha più bisogno, di abbassare le tasse e di arrivare alla definizione di una legge nazionale sulla non autosufficienza.

Ad avviso dell’UNC, è positivo che in manovra si porti al 100% la rivalutazione delle pensioni da 3 a 4 volte il minimo, ossia da 1.539,03 a 2.052,04 euro. Un provvedimento che va nella giusta direzione. Peccato che si traduca in meno di 3 euro all’anno, visto che avevano già la rivalutazione al 97% e l’inflazione è bassa. Inoltre bisognerebbe tornare ad un sistema di rivalutazione delle pensioni per scaglioni, ossia per fasce di importo, anche se magari riviste rispetto allo schema della legge 388/2000, invece di rivalutarle come ora sull’importo complessivo. Condivisibile la proposta di estendere la quattordicesima.