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Scuola dell’infanzia, elementari e medie rimangono in presenza. Il nuovo Dpcm prevede invece la didattica a distanza nelle scuole superiori “per una quota pari almeno al 75% delle attività”. La protesta dei presidi, il divario digitale

Sabrina Bergamini

Scuola dell’infanzia, elementari e medie rimangono in presenza. Nelle scuole superiori si aumenta il ricorso alla didattica a distanza “almeno” fino al 75%. E su quell’almeno probabilmente conteranno alcune Regioni per portare tutte le superiori in didattica a distanza.

Gli istituti hanno tempo solo nella giornata di oggi per adeguare l’offerta formativa alle nuove indicazioni. E non è escluso che quel 25% di didattica in presenza che rimane alle scuole superiori possa essere divisa fra le classi prime e le ultime, quelle dei ragazzi che dovranno fare la maturità. Intanto l’Associazione nazionale presidi protesta e denuncia che nel nuovo Dpcm si lede l’autonomia scolastica.

 

Il nuovo Dpcm e la scuola

La scuola, insomma, è sempre sul tavolo. L’ultimo Dpcm, quello del 24 ottobre illustrato ieri in conferenza stampa dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, prevede che nel “mini lockdown” in vigore per il prossimo mese ci sia una nuova organizzazione scolastica per le scuole superiori, che passano in gran parte alla didattica a distanza – nel documento viene chiamata «didattica digitale integrata».

Ma cosa c’è scritto nel decreto? «Fermo restando che l’attività didattica ed educativa per il primo ciclo di istruzione e per i  servizi educativi per l’infanzia continua a svolgersi in presenza», si legge nel Dpcm, «per contrastare la diffusione del contagio, previa comunicazione al ministero dell’istruzione da parte delle autorità regionali, locali o sanitarie delle situazioni critiche e di particolare rischio riferite agli specifici contesti territoriali, le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado adottano forme flessibili nell’organizzazione dell’attività didattica (…) incrementando il ricorso alla didattica digitale integrata, per una quota pari almeno al 75 per cento delle attività, modulando ulteriormente la gestione degli orari di ingresso e di uscita degli alunni, anche attraverso l’eventuale utilizzo di turni pomeridiani e disponendo che l’ingresso non avvenga in ogni caso prima delle 9,00».

Accanto a questa, c’è la sospensione di viaggi di istruzioni, iniziative di scambio e gemellaggio, visite guidate, uscite didattiche. Niente gite esterne, insomma.

Le scuole superiori hanno tempo solo la giornata di oggi per organizzare la didattica in funzione del nuovo Dpcm.

I presidi: così non va

Dall’associazione nazionale presidi arriva la protesta: sono misure che ledono l’autonomia scolastica.

Dice il presidente dell’ANP Antonello Giannelli: «Non si può con decreto imporre l’organizzazione dell’orario alle scuole, essendo questa una prerogativa autonomistica. Ricordo che l’autonomia esiste proprio perché le scuole possano organizzare il servizio adattandolo alle esigenze del proprio bacino di utenza. Per questa ragione, lo ripeto, non ha senso obbligare tutto il territorio – nazionale, regionale ma anche provinciale – ad adottare la stessa organizzazione perché i bisogni delle famiglie e degli studenti sono diversi».

Continua il Presidente ANP: «Ad oggi, e lo dico ragionando sui dati diffusi, ridurre la frequenza a scuola che non è luogo di contagio, o comunque lo è meno di altri, è un controsenso. Voglio poi mettere in evidenza due criticità: gli studenti con bisogni educativi speciali e i portatori di handicap per crescere e integrarsi hanno bisogno del contatto con i compagni, non basta dare loro la possibilità di seguire le lezioni a scuola, da soli, con l’insegnante di sostegno (quando c’è). Inoltre, segnalo la questione degli insegnamenti di tipo laboratoriale che saranno gravemente danneggiati da un utilizzo massivo della didattica a distanza».

Didattica a distanza e divario digitale

C’è poi un altro ordine di problema. Quello del divario digitale e delle famiglie che non hanno accesso a internet, o non hanno un numero sufficiente di computer e tablet nel caso di più figli alle prese con la didattica a distanza.

È un dato che era emerso già durante il lockdown di primavera, sottolineato dall’Istat e dalle rilevazioni fatte anche dalle associazioni dei consumatori.

Lo ribadisce anche oggi l’Unione europea delle cooperative (Uecoop) su dati Istat: «Niente scuola a distanza e didattica on line per 1 famiglia su 4 (25,3%) che in Italia non dispone di un accesso Internet a banda larga in grado di supportare senza problemi massicci flussi di dati e i collegamenti audio video necessari alle lezioni telematiche».

Il ricorso alla didattica a distanza nelle scuole superiori è chiamato di fatto ad alleggerire i trasporti pubblici. Ma questa organizzazione, sottolinea Uecoop, si scontra col divario digitale diffuso in Italia, dove non solo un quarto delle famiglie non ha internet a banda larga, ma il gap è ancora maggior al Sud dove in media una casa su tre non ha un collegamento online in grado di reggere grandi flussi di dati.