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La protezione dei dati personali è uno dei temi al centro della discussione degli ultimi anni: siamo ben disponibili a fornire dati sensibili quando si tratta di accedere ai social network ma siamo più restii a fornire i nostri dati quando in gioco ci sono le nostre condizioni di salute.

Negli ultimi anni i colossi della tecnologia hanno investito moltissimo nel settore dell’eHealth (salute digitale), da Apple a Google passando per Amazon, la spesa in questo settore è in continuo aumento, basti pensare che nel 2018 gli investimenti delle startup sanitarie hanno sfiorato i 7 miliardi di dollari.

 

Secondo una recente ricerca di Juniper Research dal titolo “Digital Health: Disruptor Analysis, Country Readiness e Technology Forecast 2018-2023” gli investimenti nel campo dell’E-ealth entro il 2023 raggiungeranno quota 20 miliardi di dollari.

Uno sguardo globale

Gli investimenti nell’eHealth, come dicevamo, sono in continuo aumento poiché il consumatore è sempre più attratto dagli sviluppi tecnologici in ambito sanitario: lo scorso anno i download di app mediche sono arrivati a 400 milioni (15% in più rispetto al 2016).

L’attenzione degli utenti verso una medicina sempre più digitale è una questione che riguarda tutto il globo, infatti, dall’Indonesia agli Stati Uniti sempre più consumatori sfruttano i propri device per tenere sotto controllo il proprio stato di salute, i battiti cardiaci e quanto tempo si è stati seduti nel corso della giornata.

Il cellulare, lo smart watch e l’ealth tracker sono solo alcuni dei nuovi dispositivi, apparsi sul mercato negli ultimi anni, in grado di monitorare le nostre condizioni fisiche.

Gli italiani e i dati sanitari

L’altra faccia della medaglia è la fiducia (purtroppo spesso eccessiva) nei confronti della rete quando si tratta di cercare informazioni su patologie e possibili cure; i dati parlano chiaro: il 57% degli italiani utilizza la rete per avere informazioni in campo sanitario, accontentandosi a volte di risposte poco scientifiche trovate su forum non specialistici (e non accreditati).

La situazione cambia quando però si tratta di condividere i propri dati sanitari: 6 italiani su 10 si dicono contrari, e solo il 7,6% si affida ad un’app per monitorare il proprio stato di salute.

Va detto che questo è un dato destinato a modificarsi infatti si registra come, tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni, sempre di più siano disposti invece a condividere attraverso la rete i propri dati sanitari.

La sfiducia però non riguarda in toto la questione della condivisione di dati sanitari: 11 milioni e mezzo di italiani, infatti, hanno dato il proprio consenso all’apertura di un fascicolo personale sanitario elettronico (Fse).

Il 95% delle nostre regioni si è attrezzato per permettere ai cittadini di attivare questo fascicolo che consente di avere, a disposizione degli operatori sanitari, in qualsiasi momento, i propri dati clinici in formato digitale (eliminando così costi e carta).

Il fascicolo risulta essere molto utile perché può contenere documenti di basi sul profilo sanitario del paziente, i suoi referti ospedalieri, i verbali del pronto soccorso, i dossier farmaceutici e il consenso o diniego alla donazione degli organi.

Per attivare il fascicolo sanitario elettronico visita il sito https://www.fascicolo-sanitario.it/fse/?0.

Quali tutele per il consumatore?

Wearables (dispositivi indossabili) di ogni marchio stanno invadendo il mercato tecnologico: sono oggetti in grado di rilevare i nostri parametri biometrici e di effettuare una chiamata di emergenza se, ad esempio, perdessimo i sensi; ma non solo: ci sono dispositivi in grado di effettuare un elettrocardiogramma in 30 secondi e si parla di sperimentazioni su innovativi metodi per la cura del paziente che eviterebbero di andare in ospedale per alcune cure.

Progressi tecnologici impensabili fino a qualche tempo fa che però rendono di “vitale” importanza la tutela dei nostri dati con un utilizzo sempre più consapevole e responsabile sia da parte degli operatori del mercato sia da parte del consumatore.

L’Unione Europea sta accelerando sempre di più sulla questione delle cartelle cliniche condivise ponendo però come paletto a tutela della privacy dei consumatori il GDPR (General Data Protection Regulation)

Autore: Lorenzo Cargnelutti