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La crisi del commercio durante la pandemia è iniziata col lockdown e non è ancora finita. Vanno giù le vendite dei beni non alimentari. La propensione al consumo delle famiglie scende del 10%

Sabrina Bergamini

La crisi del commercio durante la pandemia è iniziata col lockdown e la chiusura dei negozi e non è ancora finita. Le vendite al dettaglio sono andate giù e hanno tenuto solo quelle dei beni alimentari. Per il resto le famiglie hanno preferito limitare le spese. Giù la propensione al consumo, hanno scelto di risparmiare in attesa di tempi migliori. Solo le vendite online hanno tenuto. Nel commercio elettronico c’è stata una crescita continua e le vendite sono aumentate quasi del 30% in nove mesi.

 

La crisi del commercio e l’andamento delle vendite al dettaglio è uno dei dati che emerge dall’Audizione del Direttore centrale per gli studi e la valorizzazione tematica nell’area delle statistiche economiche dell’Istat Gian Paolo Oneto alla Commissione “Attività produttive, commercio e turismo” della Camera dei deputati.

Il commercio in pandemia secondo l’Istat

Nel primo trimestre dell’anno i consumi delle famiglie sono diminuiti del 7,8%.

Nel secondo trimestre la spesa per i consumi delle famiglie «è risultata inferiore dell’11,6% rispetto al trimestre precedente e del 17,5% rispetto a un anno prima».

Diminuisce la propensione al consumo delle famiglie, che preferiscono risparmiare. La spesa cala più del loro potere d’acquisto.

«È da notare – si legge nell’audizione – che a questo andamento ha corrisposto un netto calo della propensione al consumo (scesa di circa 10 punti percentuali rispetto al secondo trimestre del 2019), in quanto le misure di restrizione dei comportamenti di acquisto hanno condotto a un calo della spesa molto superiore a quello del potere d’acquisto delle famiglie, su cui hanno agito in senso positivo le molte misure pubbliche di sostegno e integrazione del reddito».

Le vendite al dettaglio risentono dell’emergenza Covid

Nel 2020, continua l’Istat, «le vendite al dettaglio hanno risentito fortemente dell’emergenza sanitaria dovuta all’epidemia Covid-19».

C’è stato un andamento fatto di fluttuazioni e rimbalzi che ha seguito il lockdown, la chiusura e la riapertura dei negozi. Ma di fatto il commercio è in crisi un po’ ovunque specialmente se si tratta di beni  non alimentari e di piccoli negozi. Tengono gli alimentari e va forte l’ecommerce.

«L’andamento complessivo nasconde una forte divaricazione tra vendite di beni alimentari e non alimentari – scrive ancora l’Istat – Gli esercizi commerciali appartenenti al settore alimentare sono rimasti aperti e non sono stati colpiti dalla crisi: nella media dei nove mesi hanno segnato una crescita del 3,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Gli esercizi che si occupano di vendite dei beni non alimentari sono stati, invece, penalizzati in modo diretto dalle chiusure e il relativo indice ha registrato un calo complessivo nel periodo del 13,5%».

C’è stato un primo recupero in giugno e, dopo il calo di luglio, il livello per il bimestre agosto-settembre è risultato di pochissimo inferiore a quello di gennaio-febbraio (-0,1%).

Commercio elettronico, crescita continua

Quello che cresce è l’e-commerce.

Fra le forme distributive, evidenzia l’Istat, «solo il commercio elettronico presenta risultati positivi con una crescita continua che ha condotto ad un aumento del 29,2% nell’arco dei nove mesi».

Le vendite sono invece diminuite sia nei piccoli negozi (meno 11,3%) sia nella grande distribuzione (meno 2,8%) per l’andamento negativo delle vendite per i beni non alimentari. In calo del 14,6% le vendite al di fuori dei negozi. E da agosto segno più solo per la grande distribuzione.

UNC: dati shock

Per l’Unione Nazionale Consumatori si tratta di «dati shock». I consumatori non hanno fiducia.

«Anche quelli che se lo possono permettere, preferiscono risparmiare piuttosto che spendere, in attesa di tempi migliori. Insomma, meglio tenere i soldi sotto il materasso a fronte di un futuro incerto», commenta Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

Per l’associazione non ha funzionato la politica dei bonus adottata dal Governo.

«L’incertezza dipende ovviamente e prioritariamente dall’andamento della pandemia, ma il Governo avrebbe potuto fare molti di più per migliorare la situazione – dice Dona – I vari bonus non sono bastati a ridare fiducia e a rassicurare gli italiani. Da marzo, ad esempio, denunciamo che la politica dei voucher va nella direzione esattamente opposta a quella che servirebbe. Nessuno prenota una vacanza di questi tempi se poi rischia, in caso di annullamento, di rivedere i suoi soldi solo dopo 1 anno e mezzo. È questa la ragione principale del fallimento del bonus vacanze. Il Governo deve cambiare rotta e prendere atto che con bonus a pioggia dati a casaccio non si va da nessuna parte».