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In Italia sono un bambino su dieci può accedere a un asilo nido pubblico. E le conseguenze sono più pesanti per chi viene da famiglie economicamente svantaggiate. Save the Children lancia il rapporto “Il miglior inizio”

Sabrina Bergamini

Le disuguaglianze educative si combattono già dai primi anni di vita. Al nido. Ma se i nidi mancano, se l’accesso alle strutture pubbliche in alcune parti d’Italia è semplicemente impossibile, si rischia di riprodurre all’infinito le disuguaglianze di chi già viene da situazioni economiche svantaggiate.

 

In Italia solo un bambino su dieci può accedere a un asilo nido pubblico, con picchi particolarmente negativi in Calabria e in Campania dove i posti quasi non esistono. Qui infatti solo il 2,6% e il 3,6% dei bambini frequenta un nido pubblico. A livello nazionale l’Italia è ancora lontana da quanto chiede l’Europa: garantire ad almeno il 33% dei bambini tra 0 e 3 anni l’accesso al nido o ai servizi integrativi.

L’allarme sui nidi non è nuovo. Solo qualche giorno fa la Fp Cgil Nazionale denunciava che oltre un milione di bimbi sono esclusi dal diritto all’asilo nido. Le scuole insomma non aprono per oltre un milione di piccoli fino a tre anni per i quali, semplicemente e drammaticamente, non ci sono posti. «Un’impossibilità dettata da motivi diversi: per scelta delle famiglie ma, soprattutto, perché ‘respinti’, tra una scarsa offerta pubblica, in progressivo definanziamento, e l’esosa richiesta privata», dice la Cgil.

In Italia solo un bambino su quattro (il 24%) ha accesso al nido o a servizi integrativi per l’infanzia e di questi solo il 12,3% frequenta un asilo pubblico. La copertura del servizio pubblico è ridotta al lumicino, in pratica assente, in regioni come Calabria (2,6%) e Campania (3,6%), seguite da Puglia e Sicilia con il 5,9%, a fronte di Valle d’Aosta (28%), Provincia autonoma di Trento (26,7%), Emilia Romagna (26,6%) e Toscana (19,6%).

Sono i numeri ricordati da Save the Children che, in occasione dell’avvio di anno scolastico, ha diffuso il rapporto “Il miglior inizio – Disuguaglianze e opportunità nei primi anni di vita”.

Lo studio contiene un’indagine pilota fatta fra marzo e giugno in 10 città e province italiane (Brindisi, Macerata, Milano, Napoli, Palermo, Prato, Reggio Emilia, Roma, Salerno e Trieste) realizzata in collaborazione con il Centro per la Salute del Bambino. L’indagine ha coinvolto direttamente 653 bambini di età compresa tra 3 anni e mezzo e 4 anni e mezzo che, con incontri individuali e una serie di valutazioni fatte attraverso giochi e compiti (ad esempio, identificare un numero o una lettera) ha permesso di tracciare un giudizio sullo sviluppo fisico-motorio, linguistico, matematico e socio-emozionale.

Povertà educativa in primo piano

Si torna a puntare i riflettori sulla povertà educativa e sul modo in cui si riproducono le disuguaglianze. Con due considerazioni di fondo: il nido aiuta a ridurre le disuguaglianze così come aiuta l’occupazione delle mamme e la qualità del tempo trascorso con i bimbi da parte dei genitori.

Le disuguaglianze fra bambini su capacità e competenze, spiega Save the Children, si formano già prima dell’ingresso a scuola ma non sono affatto inevitabili: «frequentare l’asilo nido, così come trascorrere del tempo di qualità con i propri genitori, si dimostra un fattore determinante in grado di ridurre il gap».

Eppure, in Italia, solo un bambino su 10 può accedere a un asilo nido pubblico. Uno scenario in cui le ripercussioni negative riguardano soprattutto i minori provenienti da famiglie economicamente svantaggiate e che hanno dunque maggiori difficoltà nell’accedere alla rete degli asili privati non convenzionati.

«L’indagine pilota svolta da Save the Children – dice Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia – Europa di Save the Children – mostra come diseguaglianze educative che possono avere sui bambini un impatto di lunga durata si manifestino molto prima dell’accesso alla scuola dell’obbligo. La povertà educativa va dunque combattuta a partire dai primi anni di vita, attraverso solide politiche di sostegno alla prima infanzia e alla genitorialità, oggi assolutamente carenti nel nostro Paese, evitando che siano proprio i bambini delle famiglie più svantaggiate a rimanere esclusi dalle opportunità educative di qualità».

Il nido contro le disuguaglianze

La frequenza di un asilo nido aiuta a ridurre le disuguaglianze, evidenzia la ricerca. Perché i bimbi sono più preparati.

«I bambini che hanno frequentato l’asilo nido hanno risposto in maniera appropriata a circa il 47% dei quesiti proposti a fronte del 41,6% di quelli che hanno frequentato servizi integrativi, che sono andati in anticipo alla scuola dell’infanzia o che sono rimasti a casa e non hanno quindi usufruito di alcun servizio. Una differenza che si fa ancor più marcata per i minori provenienti da famiglie in svantaggio socio-economico. Tra questi, infatti, coloro che sono andati al nido hanno reagito appropriatamente al 44% delle domande contro il 38% dei bambini che non lo hanno frequentato».

Significa ad esempio che i bimbi sono più capaci di riconoscere un numero o delle lettere (se più del 14% dei bambini che hanno frequentato il nido riconosce tra 6 e 10 numeri, la percentuale scende al 9,6% per chi non ci è andato).

E pesa anche la durata della frequenza al nido. Più si va, insomma, più le competenze aumentano. «I bambini appartenenti a famiglie in svantaggio socio-economico che hanno frequentato il nido per tre anni, infatti, hanno risposto appropriatamente al 50% delle domande, a fronte del 42,5% per coloro la cui frequenza è stata tra i 12 e i 24 mesi e del 38% per un solo anno o meno (una percentuale del tutto simile a quella di chi non ha frequentato il nido)».

Il lavoro delle mamme fa bene ai figli

L’indagine evidenzia il ruolo positivo svolto dall’occupazione femminile e dal tempo di qualità trascorso dai genitori con i più piccoli. «Una mamma lavoratrice rappresenta un fattore di protezione rispetto alla povertà educativa, in particolare per i bambini che vivono in un contesto di disagio socio-economico – spiega Save the Children – Secondo i risultati della ricerca, infatti, i bambini con madre disoccupata o che si dedica a un lavoro di cura non retribuito rispondono rispettivamente in modo appropriato al 38,4% e al 43,1% dei quesiti. Una percentuale notevolmente inferiore rispetto a quella dei bambini la cui madre svolge un lavoro manuale (48%), un lavoro da impiegata (51%) o da dirigente, imprenditrice o libera professionista (55%)».

Incide in modo positivo la qualità del tempo passato dai genitori con i bambini: una crescita educativa che aumenta se mamma e papà leggono un libro insieme ai bambini, fanno musica o giochi all’aperto.

Fra i genitori intervistati nell’ambito dell’indagine di Save the Children, quasi 7 su 10 hanno affermato di leggere un libro con il proprio bambino almeno alcune volte a settimana, quasi 1 su 4 (22%) tutti i giorni, mentre 1 su 10 ha detto di non farlo quasi mai.

Dalla ricerca emerge che i bambini provenienti da famiglie in svantaggio socio-economico, ma che leggono almeno due volte a settimana libri per l’infanzia con i genitori, rispondono in modo appropriato al 42% delle domande, a fronte del 36,8% di quelli che non leggono quasi mai con la propria mamma o papà.