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Cittadinanza “limitata” perché mancano o sono carenti diritti fondamentali, dall’ambiente ai servizi sanitari. Un disagio sociale che si amplia fra famiglie in povertà assoluta – sono 600 mila quelle in cui non lavora nessuno – e lavoratori poveri. Quasi due milioni di persone via negli ultimi due 16 anni, la metà giovani. Sono i numeri diffusi da Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorni, nelle anticipazioni del rapporto Svimez 2018.

 

La ripresa economica non riesce a risolvere e ad affrontare le emergenze del Sud. “Il ritmo di crescita è del tutto insufficiente ad affrontare le emergenze sociali nell’area – dice Svimez –  Anche nella ripresa si allargano le disuguaglianze: aumenta l’occupazione, ma vi è una ridefinizione al ribasso della sua struttura e della sua qualità: i giovani sono tagliati fuori, aumentano le occupazioni a bassa qualifica e a bassa retribuzione, pertanto la crescita dei salari risulta “frenata” e non in grado di incidere su livelli di povertà crescenti”.

L’economia si sta muovendo ma c’è una quota crescente di cittadini che rimane fuori dal mercato del lavoro. E c’è preoccupazione per i working poors. “Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”, evidenzia Svimez. È aumentato anche il numero di famiglie senza alcun occupato, che nel 2016 e nel 2017 è cresciuto in media del 2% l’anno nonostante la crescita dell’occupazione complessiva, e questo conferma il “ consolidarsi di aree di esclusione all’interno del Mezzogiorno, concentrate prevalentemente nelle grandi periferie urbane. Si tratta di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale,  che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”.

C’è poi una fetta crescente di lavoratori poveri. “Preoccupante la crescita del fenomeno dei working poors: la crescita del lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario, è una delle cause, in particolare nel Mezzogiorno, per cui la crescita occupazionale nella ripresa non è stata in grado di incidere su un quadro di emergenza sociale sempre più allarmante”.

Da questo Mezzogiorno dunque si va via. “Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa trai 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”.

Altra denuncia forte che arriva da Svimez è quella di una cittadinanza “limitata” nel diritto alla salute, all’assistenza, all’istruzione. Nonostante una pressione fiscale pari o addirittura superiore, al cittadino del Sud “mancano (o sono carenti) diritti fondamentali: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia”.

I dati sulla mobilità ospedaliera dicono che le regioni col maggior flusso di emigrazione sono Calabria, Campania e Sicilia, mentre attraggono malati soprattutto la Lombardia e l’Emilia Romagna. Le liste di attesa fanno crescere la spesa in salute della famiglie. E se un componente si ammala, la famiglia si impoverisce. Denuncia Svimez: “Strettamente collegato è il fenomeno della “povertà sanitaria”, secondo il quale sempre più frequentemente l’insorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie italiane, soprattutto nel Sud: nelle regioni meridionali sono il 3,8% in Campania, il 2,8% in Calabria, il 2,7% in Sicilia; all’estremo opposto troviamo la Lombardia con lo 0,2% e lo 0,3% della Toscana”.

“Una grave denuncia – commenta di fronte  a questo quadro l’Unione Nazionale Consumatori per voce del suo presidente Massimiliano Dona – E’ già indegno di un Paese civile non garantire assistenza sanitaria realmente gratuita, come sanno tutti i malati gravi che, in tutta Italia, sono costretti a fare visite private, sia per accorciare i tempi di attesa sia per rivolgersi a professori conosciuti ed affermati. Ancor più grave,  poi, che questo li faccia precipitare nella povertà”. L’associazione di consumatori ricorda che, secondo gli ultimi dati Istat, relativi al 2016, al Sud il 14,9% delle famiglie dichiara di non avere soldi per le cure mediche, contro una media nazionale dell’8,8%, e che il 54% delle famiglie del Sud non riesce a far fronte ad una spesa imprevista di 800 euro, come può accadere in caso di malattie gravi, contro una media per l’Italia di 41,9%. In Sicilia il record, pari al 63,1% delle famiglie.