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Quando sentiamo parlare di “Italian Sounding tutti pensiamo al produttore straniero che commercializza un alimento facendo di tutto per farlo sembrare italiano scimmiottando i nostri nomi, le nostre etichette e anche il nostro tricolore. La notizia di questi giorni è che, grazie ad un provvedimento dell’Antitrust, abbiamo scoperto che l’Italian Sounding è un vizietto anche di certe aziende italiane: persino di alcuni produttori di pasta, il piatto italiano per eccellenza!

 

Una tempesta si è abbattuta pochi giorni fa sull’industria molitoria, coinvolgendo ben cinque aziende: DivellaDe CeccoMargherita Distribuzione (ex Auchan, marchio Passioni), Pastificio Artigiano Cav. Giuseppe Cocco e i marchi ‘Italiamo’ e ‘Combino’ commercializzati da Lidl.

A seguito del procedimento dell’Antitrust le aziende (tutte tranne Lidl a cui è invece è toccata una sanzione di 1 milione di euro!) si sono impegnate a cambiare le loro etichette togliendo tricolori e persino qualche scritta “Made in Italy” per eliminare, come richiesto dall’Agcm , tutti quei “richiami all’italianità del prodotto suscettibili di ingenerare nei consumatori l’equivoco che l’intera filiera produttiva della pasta, a partire dalla materia prima, sia italiana, mentre per la relativa produzione viene utilizzato anche grano di origine estera”.

Pensate che le aziende oggetto del procedimento utilizzavano grano duro proveniente solo in parte dall’Italia; tutto il resto veniva addirittura anche da Paesi Extra UE come Canada, California, Arizona, Messico…!

Con l'Unione Nazionale Consumatori pensiamo che la violazione sia stata davvero grave: proprio noi, industria italiana, andiamo a fare Italian Sounding? È vero che le materie prime italiane non sono sempre sufficienti alle esigenze di produzione ma le informazioni sulla provenienza dei prodotti devono essere trasparenti.

Si parla spesso di etica di impresa, di responsabilità sociale, di sostenibilità, di trasparenza: era lecito aspettarsi di più da queste aziende… Voi che ne pensate?