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di Valeria Zeppilli

Le infezioni ospedaliere, ancora oggi, rappresentano un problema grave che affligge il nostro sistema sanitario; nonostante il progresso della scienza e l'aumentare delle conoscenze, la loro frequenza è infatti tutt'altro che in declino.

La questione è stata di recente oggetto di una sentenza del Tribunale di Roma, che, in persona del giudice Dott. Massimo Moriconi, ha condannato un'azienda ospedaliera a risarcire un paziente di quasi 10mila euro per aver questi contratto, a causa e durante un ricovero, un'infezione che lo aveva costretto a sottoporsi a ulteriori interventi chirurgici.

 

La pronuncia alla quale ci si riferisce è quella emessa e pubblicata lo scorso 27 settembre 2018.

Portata del problema

Nell'affrontare la problematica, il Tribunale di Roma, riportando e valorizzando le conclusioni del consulente infettivologo, ne ha messo ampiamente in risalto la portata, evidenziando che le infezioni ospedaliere, oltre a essere una contraddizione, rappresentano un problema reale della sanità pubblica, che comporta un peso economico per i cittadini e un fallimento dell'assistenza.

Lungi dall'essere un fenomeno in declino, le complicanze infettive sono sempre più numerose e la loro frequenza è correlata con l'aumento delle giornate di degenza.

Inutilità delle linee-guida

Dinanzi a tale situazioni, i protocolli e le linee-guida elaborati dai Comitati per le Infezioni Ospedaliere risultano del tutto inutili. Manca, infatti, un controllo quotidiano della loro effettiva applicazione pratica, che sarebbe invece doveroso.

Onere della prova

Dal punto di vista più strettamente processuale, la sentenza del Tribunale di Roma ha rilevato che, una volta che sia stato accertato in giudizio che il paziente ha contratto un'infezione nosocomiale, in virtù dei principi che regolano l'onere della prova in materia contrattuale è la struttura ospedaliera che deve dimostrare di aver adottato tutte le misure utili e necessarie per una corretta sanificazione ambientale.

Più precisamente, occorre che la struttura dimostri che il contagio non sia una complicanza prevedibile ed evitabile della prestazione resa al paziente.

In assenza di tale prova e mancando qualsivoglia utile contributo da parte dei consulenti tecnici di parte, deve ritenersi che il nosocomio non abbia predisposto e adottato adeguate misure di sanificazione, con accoglimento delle pretese risarcitorie del paziente che, eventualmente, lo abbia tratto in giudizio (come avvenuto nel caso di specie).