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FABIO DI TODARO

Centocinquanta minuti (almeno) di attività fisica moderata settimanale. Le sigarette? Al bando. Meno drastica l’indicazione riguardante le bevande alcoliche, da evitare comunque fino alla maggiore età e da consumare con moderazione durante l’età adulta. Infine, una dieta varia, ma equilibrata: finalizzata al mantenimento di un adeguato peso corporeo e di livelli di colesterolo e pressione sanguigna negli intervalli fisiologici.

 

Non potendo offrire indicazioni terapeutiche, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di sferzare governi, istituzioni scientifiche, operatori sanitari e mondo del non profit pubblicando per la prima volta delle linee guida per la prevenzione delle malattie neurodegenerative. Il dossier punta a diventare uno strumento per far fronte a quella che non si esagera nel definire un’emergenza di salute globale. Le demenze, a oggi, colpiscono 50 milioni di persone nel mondo. Ma i numeri sono destinati a triplicare, entro il 2050.

Benessere di cuore e cervello

Occorre dunque fare il possibile per evitare quello che gli esperti dell’agenzia di Ginevra definiscono «un processo diffuso, ma non fisiologico dell’invecchiamento». Della categoria delle demenze, di cui l’Alzheimer rappresenta la più diffusa, fanno parte malattie tra loro diverse. Ad accomunarle, però, sono una serie di condizioni: dalla perdita della memoria al deficit cognitivo, che si traducono in un’alterazione di comportamenti routinari nelle attività quotidiane.

Disagi che determinano l’insorgenza di in una disabilità progressiva, oltre un certo limite incompatibile con l’autonomia di una persona. Da qui la necessità di porre un argine al dilagare della condizione, anche in conseguenza delle mutate (migliori) condizioni di vita che, nei Paesi occidentali, portano a vivere sempre più a lungo. Le 96 pagine redatte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità racchiudono le evidenze emerse dagli studi scientifici, negli ultimi vent’anni. La sintesi utilizzata da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’agenzia delle Nazioni Unite, è abbastanza efficace: «Ciò che fa bene al cuore, aiuta anche il nostro cervello».

Il «menù» per la memoria

Da qui le indicazioni, partendo dall’esercizio fisico, che dovrebbero effettuare anche gli anziani (sotto controllo medico). Sbrigare le faccende domestiche, passeggiare, nuotare, pedalare: i benefici sono di gran lunga superiori ai rischi, a patto di muoversi moderando l’intensità. Ma l’attività deve riguardare pure la mente: via libera dunque a lettura, giochi di società e di memoria, visione di film e spettacoli. Dedicare del tempo a queste attività vuol dire proteggere la memoria, così come probabilmente avere una vita sociale attiva. Il tutto senza fumare (l’indicazione deve per il momento essere considerata valida anche per le sue versioni «moderne»), seguendo una dieta mediterranea (ampio spazio a frutta e verdura: nessun integratore protegge dal rischio di sviluppare una demenza) e riducendo al minimo il consumo di bevande alcoliche (è ormai superata l’ipotesi che un moderato consumo di alcol possa proteggere il cervello). Seguendo queste indicazioni, si potrà mantenere il peso forma ed evitare l’insorgenza di fattori di rischio (ipertensione) e malattie (diabete) che, come estrema conseguenza, possono determinare un decadimento cerebrale.

Prevenire è meglio che curare

L’invecchiamento rappresenta il primo fattore di rischio (inevitabile) per l’insorgenza di queste malattie. A ciò occorre aggiungere la variegata base genetica che contraddistingue le demenze: motivo per cui è inimmaginabile un mondo privo di queste malattie. Ma molti altri comportamenti sono modificabili ed è su quelli che occorre agire. Secondo Carol Routledge, a capo dell’Alzheimer’s Research del Regno Unito, «pur non potendo modificare i geni che ereditiamo, con queste scelte possiamo muovere alcune leve a nostro favore per ridurre le probabilità di ammalarci». I casi di demenze prevenibili seguendo lo stile di vita sopra citato sono pari, esattamente come i tumori , all’incirca a un terzo. «Essendo lontani almeno di un paio di decenni dalla scoperta di terapie in grado di evitare o quanto meno rallentare il decadimento cognitivo, è molto meglio lavorare sulla prevenzione», ha aggiunto Robert Howard, docente di psicopatologia dell’invecchiamento all’University College di Londra. Ai sani comportamenti sopra citati, si può aggiungere il sonno: dormire almeno otto ore a notte aiuta il cervello a invecchiare «meno».