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Sembra che la prescrizione sia diventata un elastico, almeno per quanto riguarda i tributi. Nella maggior parte dei casi le ricevute  dei versamenti vanno conservate per 5 anni, talvolta un po’ meno (ICI, bollo auto, tassa rifiuti, eccetera), poi scatta la prescrizione e, in teoria, il contribuente potrebbe buttare le ricevute e il fisco non potrebbe più esigere il pagamento o la prova del pagamento. Senonché, ogni tanto escono “leggine” che prorogano la prescrizione, generalmente di sei mesi, a volte di un anno. Il contribuente nulla ne sa, perché non legge la Gazzetta Ufficiale tutti i giorni, e tanto meno ne viene informato, cosicché straccia le ricevute. In più, una sentenza della Corte di cassazione (n. 7662/1999) ha stabilito che il periodo di prescrizione non si calcola con riferimento alla data di notifica della cartella esattoriale, ma alla data dell’iscrizione a ruolo del tributo, pure riportata sulla cartella. In sostanza, la prescrizione di 5 anni è in realtà più lunga e tutto ciò spiega perché ai contribuenti continuano ad arrivare “cartelle pazze” che sembravano prescritte. Conclusione: è meglio conservare le ricevute un anno abbondante in più del dovuto.