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Il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali con un DM ha introdotto, a titolo sperimentale l’obbligo di indicazione dell’origine dei derivati del pomodoro. Il DM è provvisorio perché la sua definitiva applicazione è subordinata a un “via libera” che dovrà essere rilasciato dalla Unione Europea. Il Ministro Martina, nel presentare il provvedimento, ha fatto rilevare  che le nuove etichette aiuteranno a rafforzare i rapporti tra chi produce e chi trasforma e in questo modo si tutelano non solo i nostri prodotti, ma anche il lavoro delle nostre aziende e i consumatori.

Qualcosa però non è chiaro e soprattutto come legare gli interessi dei produttori a quelli dei consumatori.

Non è un mistero purtroppo che i cinesi negli ultimi anni hanno aumentato di molto la loro capacità di produrre e trasformare il pomodoro divenendo di fatto, dopo gli USA,  i principali produttori mondiali.

La produzione italiana di pomodoro da conserva, che fino a non molti anni fa non aveva molti concorrenti, deve affrontare problemi seri legati soprattutto alle spese (sementi da produttori spesso esteri, manodopera, concimi, fitoterapici, ecc.) che di fatto rendono il prodotto nazionale più costoso rispetto a quello che si trova nei mercati internazionali.

Esistono poi differenze tra il nord e il sud dell’Italia. Al Nord c’è una migliore organizzazione, mentre al sud la filiera di produzione e trasformazione è piuttosto frammentata con un aumento dei costi e, paradossalmente, anche degli sprechi. Infatti alle volte i pomodori sono pagati a prezzi talmente bassi che non è conveniente raccoglierli.

Grazie alla raccolta “meccanica” c’è stata una diminuzione del lavoro manuale; però purtroppo esiste ancora la piaga del lavoro nero di braccianti extracomunitari gestito dal “caporalato” che getta un’ombra sull’intero comparto.

Approfondendo il problema si scopre che nel nostro Paese esistono seri problemi organizzativi che dovrebbero essere risolti con politiche più incisive.

Introdurre nella etichetta delle conserve l’obbligatorietà di indicare il luogo di origine del pomodoro può essere di aiuto, ma certo non risolve i problemi.

Quali benefici per i consumatori.

I consumatori sanno che i prodotti che acquistano dai mercati “legali” hanno tutti un uguale livello di sicurezza di base, indipendentemente se italiani o di importazione. Dovrebbero  essere informati in modo corretto che acquistando prodotti italiani danno un aiuto concreto alla nostra economia, ma non traggono nessun vantaggio in termini di salubrità di quello che acquistano.             Anche se non è il caso del pomodoro non bisogna dimenticare che purtroppo siamo fortemente dipendenti da materie  prime alimentari di importazione (frumento, olio, carne, frutta, ecc.); se dovessimo limitarci a mangiare solo alimenti nazionali dovremmo dimezzare i nostri consumi e probabilmente smettere di esportare alimenti trasformati.

Nel comunicato del MIPAF è stato sottolineato che l’82% degli italiani si è espressa a favore della conoscenza dell’origine degli alimenti. Non è stato però sufficientemente chiarito che si è trattato di un’indagine le cui basi scientifiche non sono molto solide. Infatti è stata condotta mediante un questionario cui hanno risposto in modo volontario 26.000 persone. Probabilmente se l’indagine fosse stata condotta su un campione di popolazione scelta con criteri previsti dalla statistica i risultati sarebbero stati differenti.

Per rispondere al quesito del titolo si può affermare che si tratta di una informazione utile perché il consumatore ha il diritto di essere informato dell’origine di quello che mangia; nello stesso tempo dovrebbe sapere che acquistando conserve fatte con pomodori italiani dà un aiuto concreto alla nostra economia, ma che non trae benefici particolari in termini di sicurezza alimentare.