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Via libera dell'Unione Europea all'etichetta Made in Italy su salami, mortadella, prosciutti e culatello per smascherare l'inganno della carne straniera spacciata per italiana come chiede il 93% dei cittadini che ritiene importante conoscere l'origine degli alimenti, secondo l'indagine on line del Ministero delle Politiche agricole. Soddisfazione della Coldiretti che sottolinea come dall'inizio dell'emergenza sanitaria le quotazioni dei maiali nazionali si siano quasi dimezzate e scese a poco più di un euro al chilo, mettendo a rischio le imprese e, con esse, la prestigiosa norcineria Made in Italy a partire dai 12,5 milioni di prosciutti a denominazione di origine (Dop) Parma e San Daniele prodotti in Italia. A preoccupare è l'invasione dei cosce dall'estero per una quantità media di 56 milioni di «pezzi» che ogni anno si riversano nel nostro Paese per ottenere prosciutti da spacciare come Made in Italy. Coldiretti stima che tre prosciutti su quattro venduti in Italia siano in realtà ottenuti da carni straniere senza che questo sia stato fino ad ora esplicitato in etichetta. In Italia ci sono 5 mia allevamenti e la filiera, dalla stalla alla distribuzione vale 20 miliardi.

La produzione “tradizionale” degli alimenti, sia di origine vegetale sia di origine animale, si concentra in periodi relativamente brevi ed è in funzione degli andamenti stagionali. Si hanno quindi periodi con grande abbondanza di cibo e altri in cui si corre il pericolo di non poterne disporre. Sin dall’antichità si è quindi posto il problema di riuscire a conservare il cibo prodotto per poterlo poi utilizzare nei periodi di carestia.

Gli alimenti sono costituiti da tessuti vegetali e/o animali che mantengono la loro vitalità anche dopo un certo tempo dalla produzione. In quelli freschi si possono apprezzare molto bene le caratteristiche organolettiche (sapore, odore, colore, consistenza, ecc.). Dopo tempi anche molto brevi lasciandoli nelle normali condizioni ambientali si verificano delle modifiche  che li rendono meno appetibili. Prolungando i tempi di conservazione le modifiche divengono più importanti e si può verificare una vera e propria degenerazione dei tessuti che perdono la commestibilità e che possono divenire anche pericolosi.

La ricerca condotta dal gruppo del Laboratorio di Igiene ambientale e degli alimenti dell’Università di Catania ha accertato la presenza di una contaminazione variabile di microplastiche in alcuni tipi di frutta e verdura

Francesca Marras

Nella parte edibile di alcuni tipi di frutta e verdura è presente una contaminazione variabile di microplastiche, con dimensioni medie delle particelle da 1,51 a 2,52 microns e un range quantitativo medio da 223mila (52.600-307.750) a 97.800 (72.175-130.500) particelle per grammo di vegetale, rispettivamente in frutta e verdura.

Lo rivela uno studio condotto dal gruppo del Laboratorio di Igiene ambientale e degli alimenti dell’Università di Catania, che riporta le concentrazioni di microplastiche rilevate nei prodotti analizzati, tra cui mele, pere, patate, carote, lattuga e broccoli.

Le piante e gli animali possiedono delle caratteristiche “aromatiche naturali” specifiche che consentono di differenziarle in modo anche netto. Le sostanze aromatiche hanno funzioni biologiche molto importanti anche se non ancora interamente conosciute. Nelle piante possono servire per respingere insetti fitofagi, per attirare insetti impollinatori, per stimolare alcune attività fisiologiche, per respingere animali erbivori, ecc. Negli animali possono servire come richiamo sessuale o anche per allontanare dei nemici.

In tema di tutela del consumatore, la Cassazione chiarisce che l’esclusione dell’obbligo di indicazione del termine minimo di conservazione si riferisce solo ai prodotti ortofrutticoli freschi che non abbiano subito tagli o trattamenti analoghi. Nel caso delle “puntarelle”, che, come si sa, costituiscono solo una parte del cespo della catalogna, l’inevitabile taglio a cui sono assoggettate per essere vendute in quanto tali fa scattare l’obbligo dell’indicazione del termine minimo di conservazione sulla confezione. Così l’ordinanza n. 27266 depositata il 24 ottobre 2019.