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Dopo 10 ore di digiuno notturno il nostro organismo ha fame e sete. E così, al primo pasto della giornata utilizza in modo molto più “efficiente” e immediato i nutrienti che vengono assunti durante la prima colazione. Risultato? Il metabolismo va più veloce e l’impatto degli zuccheri sulla glicemia viene attutito. 

Ecco, quindi, perché una fetta di pane, un dolce o un biscotto consumati al mattino “ingrassano” meno che mangiati a cena. Ed ecco perché chi fa una colazione equilibrata (ossia con il giusto apporto di proteine e di carboidrati) ha maggiori possibilità di perdere chili e centimetri e mantiene meglio gli effetti della dieta nel tempo.

Il consumatore 4.0 è sempre più informato e consapevole, cerca innovazione e piacere così come salute, acquista prodotti certificati ma non si fida più solo di un bollino

Elena Leoparco

Nel complesso dei consumi sostenuti dalle famiglie italiane, il cibo e le bevande pesano circa l’11%. Una percentuale importante tanto più che dalle abitudini alimentari è possibile risalire ad una conoscenza anche sociologica del consumatore e del suo stile di vita.

Da un’analisi effettuata da Eurispes, il consumatore 4.0 è sempre più informato e consapevole che cerca innovazione e piacere così come salute, che acquista prodotti certificati ma non si fida più solo di un bollino.

Continua l’impegno di Coop per la riduzione dei pesticidi nei prodotti ortofrutticoli. In particolare la catena della grande distribuzione si è impegnata a eliminare il glifosato, il controverso erbicida che la Iarc nel 2015 ha classificato come potenzialmente cancerogeno.

Dopo ciliegie, melone e uva, Coop punta dritto a limitare sempre di più i residui nell’ortofrutta a marchio e ad estendersi anche alle clementine.

Secondo le stime, l’Italia risulta tra i primi Paesi europei nell’uso di pesticidi per ogni ettaro che viene coltivato, pesticidi che possono contaminare aria, suolo e acqua (a essere contaminate da sostanze tossiche con valori che spesso superano i limiti di legge sono soprattutto le acque superficiali e sotterranee) e finire negli alimenti.

I salumi fanno parte della tradizione alimentare italiana. Sono stati “inventati” dai nostri avi con lo scopo di conservare la carne che si otteneva in abbondanza soprattutto dopo la macellazione dei maiali in pieno inverno.

I nostri “salumieri” ci hanno tramandato l’arte di fare i salumi “crudi” (come il prosciutto, il salame, il capocollo, la lonza, le salsicce) e di quelli cotti (la coppa, il cotechino, mortadella, prosciutto cotto). Quello che veniva fatto nelle case è stato “copiato” prima dagli artigiani e poi dall’industria alimentare, che affinando le procedure di lavorazione sono riusciti ad ottenere degli eccellenti prodotti alimentari divenuti un nostro vanto e apprezzati in altri Paesi dove sono esportati.

In tema di tutela del consumatore, la Cassazione chiarisce che l’esclusione dell’obbligo di indicazione del termine minimo di conservazione si riferisce solo ai prodotti ortofrutticoli freschi che non abbiano subito tagli o trattamenti analoghi. Nel caso delle “puntarelle”, che, come si sa, costituiscono solo una parte del cespo della catalogna, l’inevitabile taglio a cui sono assoggettate per essere vendute in quanto tali fa scattare l’obbligo dell’indicazione del termine minimo di conservazione sulla confezione. Così l’ordinanza n. 27266 depositata il 24 ottobre 2019.