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Nel precedente appuntamento, avevamo concluso che è necessario non abbassare la guardia. L’uso  “grossolano” di ormoni comporta delle lesioni negli animali molto evidenti al momento della macellazione. La presenza di tali lesioni comporta l’esclusione delle carni dal consumo alimentare. Per superare tale problema i “frodatori” hanno messo a punto dei preparati costituiti da miscele di ormoni  in cui i singoli principi attivi sono presenti in concentrazioni molto basse e tali da non provocare alterazioni molto evidenti negli animali e che, soprattutto, “residuano” in concentrazioni  difficilmente rilevabili con i vecchi metodi di analisi. Per contrastare queste illegalità sono stati messi a punto nuovi metodi di analisi molto sofisticati che consentono di identificare concentrazioni infinitesime dei vari ormoni e quindi tenere sotto controllo il fenomeno.

E’ molto diffusa l’opinione che le carni, e in particolare quelle di pollo, siano spesso contaminate da ormoni. Il tutto nasce intorno alla fine degli anni ’50 quando l’allevamento degli animali non era sottoposto a vincoli sanitari particolari.

Ci si accorse che trattando gli animali con alcuni farmaci ad attività ormonale, questi raggiungevano un peso maggiore in minor tempo. I primi a essere utilizzati al di fuori da ogni controllo, sono stati gli ormoni “sessuali” e le sostanze “antitiroidee”.

Successivamente sono state studiate nuove sostanze quali i beta agonisti e l’ormone della crescita bovina che prenderemo in considerazione nella seconda parte.

Quando acquistiamo un pezzo di carne non sempre ci rendiamo conto della sua storia, dalla nascita dell’animale alla sua stabulazione, alla alimentazione, alla cura del suo benessere, alla macellazione e infine alla frollatura per garantire la qualità e la sicurezza di quello che portiamo in tavola.

La carne dell’animale appena macellato si presenta dura, legnosa e pressoché insapore. Ciò dipende dal fatto che la struttura delle fibre muscolari rimane rigida.

Successivamente si ha una graduale “attenuazione” della rigidità tissutale a cui, dopo 24 ore circa, inizia la trasformazione endogena dello zucchero glicogeno in  acido lattico; la conseguenza  è un abbassamento del pH della carne

Il coronavirus e l’isolamento possono aumentare il rischio di ricadute e peggioramento dei disturbi alimentari o scatenarne di nuovi

Sabrina Bergamini

La pandemia rischia di aggravare le condizioni di chi soffre di disturbi alimentari. La paura dell’infezione e dell’isolamento sociale, la presenza di grandi scorte alimentari in casa, l’impossibilità di muoversi liberamente, lo stress legato al lockdown e relazioni coi familiari che possono diventare più complicate sono un mix micidiale che può causare una ricaduta o un peggioramento dei disturbi alimentari.

I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, soprattutto anoressia, bulimia nervosa e binge eating (il disturbo da alimentazione incontrollata) «sono un problema di sanità pubblica di crescente importanza» e rischiano di aggravarsi nell’emergenza coronavirus.

L'obbligo di preconfezionamento del pane precotto surgelato non lede l'iniziativa economica e non è discriminatorio rispetto a chi vende quello fresco

di Annamaria Villafrate

L'ordinanza n. 8197/2020 (sotto allegata) conferma la sanzione di 524, 33 euro dell'Asl nei confronti di un supermercato, per violazione dell'obbligo di preconfezionamento del pane precotto e surgelato. Il preconfezionamento non lede l'iniziativa economica privata così come non discrimina chi vende il pane precotto e surgelato rispetto a chi mette in vendita quello fresco. L'obbligo inoltre ha un'importante utilità sociale, che è quella di informare il consumatore delle caratteristiche del prodotto, nel rispetto di quanto previsto dall'art. 41 della Costituzione.